Per Dieci consigli per scrivere fantascienza ho pensato più come editor che come scrittore. È una questione legata essenzialmente all’esperienza di lungo corso come lettore di fantascienza, come valutatore e revisore di opere altrui. Un mestiere diverso da quello dello scrittore.

Però scrittore ed editor possono e devono parlarsi; c’è bisogno di stabilire, parafrasando Raymond Carver, “di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza”.
Quando mi è stata proposta la stesura di questa guida ho pensato che l’unico approccio possibile per me, che di narrativa ne produce con il contagocce, non potesse essere quello del professionista della scrittura creativa, bensì dell’editor che sceglie un testo per quello che racconta, ma anche per quello che lascia trasparire dell’autore, e di come è arrivato a creare un testo.

Non troverete ricette di facile applicazione che, utilizzate alla lettera, vi consentiranno di scrivere il vostro romanzo o racconto. Chi vuole vendervele mente spudoratamente, perché secondo me non esistono. Non ci sono segreti che nessuno vi confessa, non esistono e basta.

Scrivere è l’unica cosa che farà di voi degli scrittori.

Per aiutarci insieme, per darci una spinta verso l’unica cosa che veramente conta, ossia il mettere una parola dopo l’altra sul foglio, condividerò qualche consiglio spicciolo, ma anche delle considerazioni più generali su cosa sia il genere che stiamo trattando. Perché secondo me la preparazione di base deve mescolare teoria e pratica.
Ecco quindi i punti che voglio condividere con voi, autori o aspiranti tali che, leggendo questo libro, cominciate a dialogare con me. (Emanuele Manco)

Estratto

Tutte le storie sono narrabili come fantascienza? Cosa distingue una storia di fantascienza da una storia realistica?

[…]

Il punto allora è: quali sono le idee “da fantascienza”?

Alla luce del fatto che siamo talmente appassionati di letture di fantascienza da volerci confrontare con gli scrittori da noi più amati, una prima risposta è: sono quelle che riusciamo a comparare con tali letture. Sembra tautologico; ma è inconfutabile che quello che scriviamo trae origine da quello che abbiamo letto. Non perché ci si debba mettere a imitare, ma perché il nostro cervello elabora da delle fonti.

Se non abbiamo letto o visto fantascienza, difficilmente avremo voglia di confrontarci spontaneamente con il genere.
Speculazioni scientifiche o sociali, macchine del tempo, astronavi, poco importa. La fantascienza non è data solo dalle “cose” che mettiamo nel racconto, ma da come l’utilizzo delle idee le vada poi a sviluppare.
Farò un paio di esempi. Qualche anno fa, per FantasyMagazine indicemmo un concorso appunto per racconti fantasy. Alla prima edizione del concorso arrivò un ottimo racconto, che parlava di guerre, stupri e vendette, con una protagonista che compiva un percorso nel quale alla fine perdonava i suoi stupratori. Il racconto era scritto benissimo, uno dei migliori arrivati alla selezione. Eppure lo dovemmo scartare: il racconto non era fantastico. Per giustificarlo come “fantasy” i nomi dei personaggi avevano un suono “esotico”, e l’ambientazione era intuibile come “antica”; ma questi elementi, in base all’idea di fantastico sulla quale ci siamo formati, da sola non basta. Mancava quella scintilla che lo distinguesse, per esempio, dal racconto storico. Si trattava di una storia drammatica realistica ambientata in un luogo e in un tempo imprecisato.

Quindi non basta pensare a una storia d’interazioni tra personaggi e calarla in un contesto che si presume fantastico.

[…]

Le storie per lo più raccontano di conflitti. Molti di questi conflitti sono umani. La fantascienza non è da meno. Un’idea da fantascienza abbastanza tipica è l’incontro con l’alieno di un altro mondo. L’idea può essere vista come una metafora dell’immigrazione, ma non necessariamente. Se molto spesso in fantascienza si parla di alieni dalla pelle blu lo si fa come metafora.

Penso a un episodio di Star Trek, “Sia questa l’ultima battaglia”, nel quale un alieno di nome Lokai con il volto mezzo bianco e mezzo nero chiede asilo sulla Enterprise. Questi è inseguito da Bele, agli occhi dell’equipaggio dell’Enterprise un suo simile. I due spiegano che in realtà appartengono a razze diverse, perché uno ha la parte bianca a destra e l’altro ce l’ha a sinistra. Il conflitto tra i due finirà male e per poco la loro autodistruzione non coinvolgerà l’Enterprise.

Questo episodio presenta una chiara metafora dell’insensatezza dello stesso concetto di razza, ma allo stesso tempo nel suo svolgimento è ben calato nel mondo del futuro descritto da Gene Roddenberry, una sorta di utopia nella quale le differenze di sesso e colore della pelle non sono considerate tali e ogni individuo è valutato per quello che è a prescindere. L’equipaggio dell’Enterprise è stupito dal motivo stesso del conflitto tra i due perché l’ambientazione di Roddenberry, dispiegata nel corso degli episodi della serie e ribadita maggiormente in questo episodio, è convincente.

Un’utopia fantascientifica motore di vicende conflittuali perché, nel resto della galassia, quei conflitti che gli umani hanno superato grazie al viaggio interstellare e l’essere venuti a contatto con altre forme di vita e nuove civiltà, sono ancora vivi e presenti.

Pensare in fantascienza significa dunque avere un’idea o tante idee fantascientifiche che non calzerebbero in un’ambientazione realistica. Tutto il contrario di avere una idea di storia che funzionerebbe nel mondo reale alla quale applicare un vestito fantascientifico per farla entrare nel genere.

Non siate preoccupati di avere per forza l’idea più originale al mondo. Le buone idee scarseggiano sempre. Quelle totalmente originali ancora meno.

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