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Film: Boyhood

Un film scritto e diretto da Richard Linklater - con Patricia Arquette, Ethan Hawke, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater - Prodotto da Richard Linklater e Cathleen Sutherland - Produttori Esecutivi: Jonathan Sehring e John Sloss – Co-Produttori: Sandra Adair e Vince Palmo, Jr. - Direttori della Fotografia: Lee Daniel e Shane Kelly – Durata: 163'

Può ancora sorprendere il cinema, in un epoca di tecnicismi ed effetti speciali, nella quale la produzione cinematografica è standardizzata e sottoposta a precisi iter industriali?
Non è scopo di Boyhood di Richard Linklater quello di stupire o meravigliare, ma sicuramente sorprende, con un esperimento narrativo che non ha precedenti nel cinema di narrazione.
Il film racconta circa 10 anni della storia di una famiglia, anzi del ragazzo più piccolo di tale famiglia, Mason (Ellar Coltrane), che conosciamo bambino all'inizio del film, insieme alla sua sorella maggiore Samantha (Lorelei Linklater) e alla madre Olivia (Patricia Arquette) in un momento difficile della loro vita. Intuiamo presto che il padre Mason Senior (Ethan Hawke) non solo è assente per lavoro, in Alaska, ma in realtà il rapporto tra lui e Olivia è finito da tempo e la donna sta meditando il trasferimento, per potersi avvicinare alla madre e da lei avere un'aiuto per crescere i figli e rifarsi una vita, completando gli studi, per avere l'opportunità di una vita che non sia mera sopravvivenza.
Il racconto proseguira raccontando la semplice vita dei personaggi, dai problemi di adattamento agli ambienti in cui si trovano a vivere, la scuola per i ragazzi, studio e lavoro per la madre, ai problemi di rapporti interni, passando per la ricostruzione del rapporto tra il padre e i figli, e dai matrimoni infelici della madre. Quella vita che normalmente sarebbe poco interessante narrare al cinema.
Boyhood stupisce perché gli anni che passano sono veri, nel senso che le riprese del film sono state distribuite nell'arco di dodici anni, con attori e troupe che si sono incontrati a intervalli di più o meno un anno. In un film che concentra le sue riprese in un paio di mesi, vengono ingaggiati più attori per interpretare un personaggio di cui viene narrata la vita dalla scuola elementare al diploma. Qui è sempre lo stesso attore, così come per la sorella.
Una scommessa che solo l'averla pensata merita un applauso. Senza volere pensare a eventi tragici, mille e più ostacoli potevano frapporsi tra l'inizio e le fine programmata delle riprese, anche solo il legittimo annoiarsi dei piccoli attori di questo appuntamento annuale.
L'effetto è molto simile a quello che si ottiene con una maratona di film di Harry Potter e ritengo che non sia un a caso che uno degli eventi narrati nella vita dei ragazzi sia una delle tante “nottate Harry Potter” organizzate in occasione dell'uscita di uno dei romanzi (Il principe mezzo sangue nello specifico).

In realtà le icone della cultura popolare sono un utile puntello nei dialoghi, per mostrare senza didascalismi il tempo che passa, fornendo in modo immediato le coordinate temporali, con i personaggi che discutendo se sia più figo Lord Greviuous di Darth Vader, informano lo spettatore con velocità del momento in cui sta avvenendo la discussione.
Altri interessanti strumenti di passaggio temporale sono le tecnologie, i ragazzi passano dai Game Boy alle Nintendo 3DS, gli schermi a tubo catodico diventano LCD, i cellulari diventano smartphone e i ragazzi passano dal momento dell'entusiasmo iniziale per i social network al riflusso e all'interrogarsi sulla loro invasività.

Quello ne è venuto fuori è un film di cui non è solo il regista a essere autore ma, ed è anche lo stesso Linklater ad ammetterlo, un film che “è il frutto di una collaborazione con il tempo”.
Una produzione in cui non c'è stata la meticolosa redazione di un piano di lavorazione, né la stesura di una dettagliata sceneggiatura.
Linklater è riuscito a convincere dapprima i suoi finanziatori, la IFC Films, poi i cast tecnici e artistici che era possibile realizzare un film imprevedibile, che sarebbe stato scritto e definito durante la lavorazione e che solo l'accostamento del girato d 144 mesi (non consecutivi) avrebbe potuto scrivere e modificare in itinere (con la sua collaboratrice di lunga data Sandra Adair) la programmazione. Nessun’altro all’infuori del gruppo sapeva cosa stessero creando durante i 144 mesi di produzione, e solo una volta terminate le riprese finali, si è giunti alla prospettiva complessiva del film.

Al di là della tecnica cinematografica, della evoluzione del racconto, Boyhood diventa quindi un'esperienza cinefila unica.
Innanzittuto perché non è un cinema verità, né un progetto documentaristico come 7 – Up di Michael Apted, che forse è l'unico esempio di qualcosa che si avvicina agli scopri di Boyhood. Il film di Linklater è invece puro cinema di narrazione, tesa a ricostruire la vita di ogni giorno, ma pur sempre utilizzando tutti i meccanismi della finzione e dell'artificio scenico. Veri attori ai quali non è chiesto di essere se stessi, ma di recitare autentici personaggi.
Perché le storie del cinema, per tentare di avvicinarsi alla rappresentazione della realtà devono ricostruirla, plasmarla a loro uso e consumo, vincendo delle sfide. In questo caso non si può realmente dire se è stata vinta la sfida del passare inesorabile del tempo. In realtà è certo che il film che è risultato fuori è sicuramente diverso da qualsiasi aspettativa avesse chi ha cominciato a lavorarci 12 anni fa. Non migliore, né peggiore, solo diverso.
Un film da vedere, comunque la pensiate.

X-Men: giorni di un futuro passato. Ovvero, storie di divergenze convergenti

x-menMolte erano le mie aspettative nei confronti di X-Men: Giorni di un futuro passato, settimo film che la Fox ha dedicato ai mutanti Marvel ideati da Stan Lee e Jack Kirby.

In realtà la storia che, sin dal titolo, ha dato ispirazione al film è opera di Chris Claremont e John Byrne, forse i migliori tra coloro che hanno continuato l'opera di Lee e Kirby. Una storia di due albi pubblicata nei primi anni '80, ma densa di tante idee che un qualsiasi autore moderno ormai la sfrutterebbe per un ciclo di almeno un anno.

Ne ho parlato meglio in questo articolo, che annuncia anche la sua riproposta in fumetteria.

Il lavoro di adattamento dei concetti fondamentali della storia originale all'universo mutante cinematografico, a opera dello sceneggiatore Simon Kinberg è forse una delle migliori qualità del film.

Quello che rende pregevole il suo lavoro non è solo l'estrema coerenza interna, la sua capacità di incastonare la storia all'interno della continuity degli altri film, ma soprattutto la sua capacità di fare agire personaggi con intenzioni e archi narrativi assolutamente divergenti, ma in modo che alla fine tendano a uno scopo comune, pur senza tradire mai la propria natura. Senza forzature.

Mi spiego meglio. Il presupposto della storia è nel 2023 l'umanità sia stata quasi massacrata e schiavizzata dalle Sentinelle, dei robot mutaforma creati per combattere i mutanti, ma che per assolvere a questa programmazione hanno anche sterminato tutti gli umani che li hanno aiutati e tutti gli umani che potenzialmente potrebbero generarli.

L'idea originale del fumetto, ripresa nel film echeggiava ovviamente la soluzione finale dei nazisti durante la II Guerra Mondiale, operata nei confronti degli ebrei, ma estesa anche ad altre etnie e a coloro che fossero in qualche modo "nemici del Reich". Anche l'idea che i mutanti venissero marchiati per essere distinti ricorda l'Olocausto. Elementi presenti sia nel fumetto che nel film.

Quello che avviene nel 2023 è che ciò che resta dei mutanti, tra i quali anche Charles Xavier, Magneto e Wolverine, cerca di sopravvivere alla meno peggio, sfruttando la capacità di Katherine Pride di inviare indietro nel tempo la coscienza del mutante Bishop per avvisarli delle imboscate delle sentinelle.

Xavier ha individuato il punto della storia che ha dato origine al loro mondo apocalittico: nel 1973 Raven Darkholme, alias Mystica, ha ucciso il genetista Bolivar Trask, fervido assertore della fondatezza del "Pericolo Mutante" e ideatore del "Programma Sentinelle". Tale delitto però non ha cambiato in modo positivo la condizione dei mutanti, anzi, ha contribuito ad alimentare la paura nei loro confronti, in seguito alla quale il governo USA ha portato avanti tale programma e, utilizzando il materiale genetico ricavato dalla catturata Mystica, ha sviluppato sentinelle mutaforma praticamente invincibili, in grado di adattarsi a qualsiasi potere mutante.

Nel 2023 tutti i mutanti, anche coloro che una volta sono stati acerrimi nemici, sono uniti contro il nemico comune e agiscono come una squadra. Xavier decide di fare mandare indietro nel tempo la coscienza di un mutante per tentare di cambiare il corso della storia. La scelta naturale sembrerebbe Xavier o Magneto, ma poiché un viaggio in un'epoca così remota risulterebbe letale a qualsiasi altro mutante, il candidato ideale risulta il riluttante Wolverine.

Wolverine si ritroverà nel 1973, a cercare di convincere un giovane Charles Xavier del pericolo imminente con la sola forza delle sue parole, perché Xavier, in conseguenza di una cura per la sua paralisi, non è dotato di poteri telepatici. Non solo, Magneto è in prigione perché accusato di aver ucciso John Fitzgerald Kennedy.

L'unica mutante nel pieno della sua capacità d'agire è proprio Mystica, che prosegue da sola la lotta di Magneto per la sopravvivenza dei mutanti, a suo modo.

Non stiamo parlando quindi di una vera squadra di super eroi in azione. Wolverine vuole cercare di assolvere alla sua missione e di non deludere lo Xavier del futuro e stesso, cercando di dominare i suoi demoni interiori e la sua rabbia. Xavier che non crede più al suo sogno, ridotto a una larva umana, dipendente come un drogato dalla sostanza che gli permette di camminare. Hank McCoy, la Bestia, che segue con affetto Xavier perché non saprebbe cosa altro fare. Magneto che guarda con disprezzo all'umanità, memore della persecuzione che lui stesso ha subito durante l'Olocausto, liberato dal trio grazie all'aiuto di un mutante velocista con problemi di relazione, Pietro Maximoff, detto Quicksilver, deciderà di unirsi a loro giusto il tempo di rendersi conto che i suoi metodi sono inconciliabili.

Mystica da par suo prosegue il suo progetto. Quando il suo primo tentativo di uccisione di Bolivar Trask fallisce, il fatto che la coscienza del Wolverine del futuro sia ancora nel 1973 lascia intuire che la catena di eventi che ha portato alla catastrofe sia ancora in corso.

Ma, ed è in questo che la sceneggiatura di Kinberg risulta essere perfetta, alla fine tutti i percorsi s'incroceranno in modo tale che persino i loro contrasti, persino gli scontri interni saranno funzionali allo scopo finale, e il futuro tornerà a essere una pagina vuota, tutta da scrivere.

Per ora, fino alla prossima minaccia, annunciata dalla scena dei titoli di coda, il mondo è salvo.

Visivamente X-Men: Giorni di un futuro passato è un film nella media della tecnica, con una resa visiva adeguata al budget, che però raggiunge la magia del grande cinema nella scena in cui Quicksilver contribuisce alla liberazione di Magneto. Pura poesia dovuta non solo all'immaginazione del regista Bryan Singer, ma anche alla maestria del montaggio di John Ottman perfettamente sincronizzato con la bella canzone Time in the bottle, cantata da Jim Croce.

Ottman è anche autore delle musiche originali del film che, pur se non particolarmente brillanti, si amalgamano con perfezione al film come difficilmente si è mai visto, proprio in virtù del doppio ruolo di musicista e direttore del montaggio.

Se alte erano le aspettative, posso dire che X-Men: Giorni di un futuro passato non le ha deluse.

X-Men: Days of Future Past, USA, 2014 - regia di Bryan Singer - scritto da Simon Kinberg - con Hugh Jackman, James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Halle Berry, Nicholas Hoult, Ellen Page, Peter Dinklage, Shawn Ashmore, Omar Sy, Evan Peters, Daniel Cudmore, Fan Bingbing, Adan Canto, BooBoo Stewart, Ian McKellen, Patrick Stewart - durata: 130 minuti - distribuito da 20Th Century Fox

 

 

 

Nebraska

Film: Nebraska

Regia di Alexander Payne - con Bruce Dern, Will Forte, Stacy Keach, June Squibb, Bob Odenkirk - Drammatico - USA - 121’ - Distribuito da Lucky Red

A me Nebraska è piaciuto. Molto.

La recensione potrebbe anche finire qui.  Se non fosse che vorrei anche dirvi perché.

Nebraska

Nebraska

Bruce Dern, caratterista anni '70 che, nonostante le decine di ruoli ricoperti in carriera, collegherò per sempre in prima istanza al film di fantascienza The Silent Running (in Italia arrivato con l'improbabile titolo 2002: la seconda odissea), interpreta Woody, un anziano ex tutto: Ex meccanico, ex ma forse ancora alcolizzato. Padre imperfetto. Marito pieno di pecche. Inoltre ha probabilmente il morbo di Alzahaimer galoppante. In ogni caso Woody ed è fonte di tormenti, stress e imbarazzo per i suoi familiari.

Figuriamoci poi quando si mette in testa, complice un biglietto pubblicitario, di aver vinto nientemeno che un milione di dollari, da reclamare a Lincoln, Nebraska. Ossia a più di 1000 km da Billings, Montana, dove vive con tutta la sua famiglia.

Da par suo il figlio David (Will Forte) è messo solo poco meglio. Commesso in un negozio di elettronica di consumo, trascina stancamente la sua esistenza, in una perenne "pausa di riflessione". È una di quelle persone per cui si potrebbe dire che la vita è qualcosa che non li tocca, perché sono impegnati a fare altre cose da un'altra parte. Più che altro a rimuginare nel caso di David.

Gli unici abbastanza posati nella famiglia sembrano la madre Kate (June Squibb) e il fratello giornalista televisivo Ross (Bob Odenkirk) che ovviamente non assecondano la fantasia di Woody.

Ma David, da par suo, più che credere alla fantasia, ritiene opportuno accompagnare il padre nel suo viaggio. Per fare o dire qualcosa. Qualunque cosa.

Il viaggio sarà in realtà più che problematico. Woody ha la tendenza ha mettersi nei guai. Così comincia la parte road movie del film. Lenta, lentissima, girata giustamente alla velocità dei limiti orari, in un paesaggio così monotono che quasi non si distingue il movimento dalla immobilità.

Il bianco e nero è assolutamente funzionale alla narrazione di un paesaggio che in ogni caso non conoscerebbe il colore. Così come il ritmo lento. Rispetta in pieno i ritmi di luoghi in cui l'evento del giorno è il ritorno in paese dei un ex meccanico, probabile vincitore (ma è una balla, perché ci credono tutti???), nel suo paesino.

Accade infatti che il viaggio porti padre e figlio nella loro nella città di origine Hawthorne, sembra nel Nebraska. Lì verrà organizzata una riunione familiare del tutto sui generis e molto estemporanea, dove vecchi nodi arriveranno al pettine.

Tra tutti, i complessi rapporti familiari di Woody con i fratelli, nonché l'irrisolta questione di una vecchia pompa, forse trafugata dall'ex socio Ed Pegram (Stacy Keach).

La visione del volto ancora cattivo di Stacy Keach, dietro il microfono di un karaoke in un sonnacchioso diner di provincia, vale da sola tutto il film. Il tempo passa per tutto e tutti. Non c'è pietà per niente e nessuno.

Placido, ben fotografato e girato, Nebraska scorre e va, raccontando la storia di crescita di David, unico personaggio che in realtà ha un percorso da compiere. Gli altri sanno già cosa sono diventati, cosa vogliono essere, cosa non saranno più.
David ritroverà il padre e non solo. Forse quella voglia di vivere la vita che sembrava non avere mai avuto.

Un altro, innegabile pregio del film di Alexander Payne è la verità. Tutti i volti, i corpi obesi, i locali e le strade polverose sono mostrati senza filtro, senza laccatura hollywoodiana, nonostante la scelta del bianco e nero possa sembrare "coprente". Non c'è nulla di artificioso in Nebraska.

Da vedere al cinema.

 

Film: C'era una volta a New York

Tit. orig. The Immigrant - Regia di James Gray - con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner - Drammatico - USA - 120’ - Distribuito da BIM
C'era una volta a New York

Presentato al Festival di Cannes 2013 Concorso, C'era una volta a New York, racconta la storia di due sorelle, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan) Cybulski  che nel 1921 lasciano la natia Polonia e navigano verso New York. Quando raggiungono Ellis Island i medici scoprono che Magda è malata e le due donne vengono separate. Ewa si ritrova nelle pericolose strade di Manhattan, mentre sua sorella viene messa in quarantena. Sola, senza un posto dove andare e nel disperato tentativo di ricongiungersi con Magda, Ewa diventa presto preda di Bruno (Joaquin Phoenix) che la prende con sé e la spinge a prostituirsi. L’arrivo di Orlando (Jeremy Renner), illusionista e cugino di Bruno, le ridona fiducia e speranza, ma Ewa non ha tenuto conto della gelosia del suo uomo… The Immigrant (trascuro l'orribile titolo italiano, appioppato per imparentarlo con C'era una volta in America di Sergio Leone, che racconta tutt'altro) è un melò classico, nel quale alle intenzioni dei personaggi si affiancano i sentimenti amorosi che, nonostante circostanze ed eventi avversi, esplodono tra loro. Ewa, arrivata negli USA colma di speranze di un futuro migliore, si ritrova prostituta, e invischiata in un rapporto di odio/amore con il suo protettore, Bruno. La storia diventa un triangolo quando arriva in scena il cugino Orlando, ma più che altro perché la possibilità di riscatto immediato e di liberare subito la sorella è una occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire. Come in tutti i melò, la situazione sfocerà in dramma, però il finale virerà verso il lieto fine. Nel mezzo, botte, lacrime, degradazione. Lo scopo è quello di raccontare una storia di quasi un secolo fa dimostrandone però la sua attualità stringente. In parte è vero. Ma quello che manca al film è l'ambientazione. Beninteso, costumi e interni sono molto curati. La vera chicca sono le riprese dentro gli originali locali di Ellis Island per esempio.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Ma vita e ambiente circostante rimangono sullo sfondo. La scelta di girare in esterni "veri" senza le sontuose ricostruzioni di Gangs of New York di Martin Scorsese o, per l'appunto, C'era una volta in America, limitano il film alla sola dimensione dei personaggi, privando la storia di un protagonista potenziale: la città di New York. Joaquin Phoenix e Marion Cotillard reggono dunque l'intero film. Sono bravissimi e bene affiatati, ma non lo salvano dal diventare uno spettacolo convenzionale, più vicino alla fiction televisiva che al cinema.

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

Libri: Blues di mezz'autunno

Blues di Mezz'AutunnoSanto Piazzese è uno dei miei scrittori preferiti. Pertanto non mi sono perso il suo nuovo romanzo, uscito dopo 11 anni dal precedente, Il Soffio della Valanga.

Blues di mezz'autunno ha lo stesso protagonista dei primi romanzi di Piazzese, i gialli I delitti di via Medina Sidonia e La doppia vita di M. Laurent, Lorenzo La Marca.

A differenza dei primi due romanzi però siamo davanti a due differenze fondamentali: il romanzo non è ambientato a Palermo e non si tratta di un giallo. Si tratta nensì della rievocazione di episodi del passato di La Marca che a tratti sembrano tingersi di misteri. In realtà siamo davanti a un bel racconto che sembra avere un certo sapore autobiografico anche se, lo spiega lo stesso autore, il luogo in cui le vicende sono ambientate, l'isola chiamata la Spada dei Turchi, è la somma di diversi luoghi. Gli stessi episodi sono la rielaborazione di diversi spunti, quella che un vero scrittore deve effettuare perché un racconto diventi tale e non sia un banale aneddoto.

Si tratta quindi di un romanzo che, mediante il casuale incontro a Erice di La Marca con il vecchio amico Rizzitano, racconta una parte del percorso di esperienze e di incontri che hanno fatto maturare a Lorenzo la sua visione della vita. Si dicono romanzi di formazione, anche se di soliti si parla di protagonisti di età minore.

In ogni caso si tratta di un romanzo in cui ritroviamo tutte le peculiarità apprezzate in Piazzese nei precedenti. Dal puntuale e preciso linguaggio, alla efficace caratterizzazione dei personaggi, fino alla grande capacità di rendere co-protagonisti i luoghi dove la vicenda è ambientata, siano essi un bar, un peschereccio, le vie assolate di Erice a Ferragosto o un'isola che è praticamente uno scoglio.

 

Santo Piazzese, Blues di mezz'autunno
Sellerio Editore - Collana La memoria n. 941 - Pag. 150 - 12,00 € (8,49 eBook)
ISBN 9788838931093

Il sito dell'editore.

 

 

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