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Libri: La pietra al collo

La pietra al collo

La pietra al collo di Carlo Barbieri mi piace per ragioni strettamente personali, legate al fatto che descrive con dovizia di particolari non solo la mia città di origine, Palermo, e i suoi abitanti, ma anche le golosità che vi vengono prodotte.

Ma non si vive di sole Iris (al forno che quelle fritte sono un po' pesanti), e un romanzo ha bisogno di qualcosa di più. Trama, personaggi, un solido intreccio. Sono elementi che non mancano nel romanzo che, seppur incentrato sul protagonista, il commissario Mancuso, presenta anche dei comprimari di tutto rispetto, pennellati da Barbieri con una prosa che, come spesso accade agli scrittori siciliani, non spreca una sola parola.

Il romanzo, molto lineare e scorrevole, si legge velocemente e con godimento. La soluzione del mistero arriva nel migliore dei modi, ossia inaspettata ma allo stesso tempo logica. Andando a ritroso nel romanzo si scopre che tutti gli elementi per arrivarci l'autore ce li aveva dati. Forse qualche giallista più esperto di me potrà avere capito tutto già alle prime pagine, ma poiché io ne leggo pochissimi sono stato piacevolmente spiazzato.

Da leggere.

La sinossi

“A Palermo ad agosto non succede mai niente”. Di questo è convinto il commissario Francesco Mancuso della Omicidi, ma sarà smentito dai fatti. Nel sotterraneo della chiesa delle Anime Purganti viene trovato il corpo di un uomo nudo, con una pietra al collo, giustiziato con un colpo alla nuca. Nel giro di pochi giorni gli uomini uccisi con lo stesso rituale si moltiplicano. Le indagini si snodano fra istituti per trovatelli e fondazioni religiose, pedofili noti e pervertiti insospettabili, palazzi lussuosi e cassonetti dell’immondizia, chiavi che tutti potevano prendere ma che nessuno può avere preso; intuizioni, depistaggi e conti che non tornano, passi avanti e “passi di lato”.
Un puzzle che Mancuso ricomporrà per un finale inatteso e ad alta tensione.

Carlo Barbieri, La pietra al collo
Todaro Editore - Collana Impronte - € 15,50 (eBook a 9,90)
ISBN: 9788897366058

http://www.todaroeditore.com/la-pietra-al-collo-2/

 

Film: In solitario

Titolo originale: En Solitaire - Cast: François Cluzet, Samy Seghir, Virginie Efira, Guillaume Canet. Prodotto da Jean Cottin. Sceneggiatura di Jean Cottin, Christophe Offenstein. Regia di Christophe Offenstein - Distribuito da Lucky Red - 96'

 

In solitarioYann Kermadec (François Cluzet) è impegnato nella partecipazione alla  Vendée Globe,  una gara che vede contrapposti diversi velisti di tutto il mondo in un giro del mondo in solitario.  Non doveva essere Yann a partecipare, bensì l'amico Franck Drevil (Guillaume Canet) vincitore della precedente edizione.  Ma questi si è infortunato e Yann, all'età di 57 anni, ha l'occasione più unica che rara di compiere la sua grande impresa. Il suo spirito competitivo è al massimo.  Vedovo, a casa ha lasciato la figlia Léa (Dana Prigent), 9 anni, un po' annoiata dalla improvvisa celebrità del padre, e per nulla contenta di convivere con Marie (Virginie Efira), la nuova compagna del padre, sorella di Franck.

Nel pieno della gara succede un fatto imprevisto, di quelli che in realtà rendono interessanti le narrazioni, perché a nessuno forse interesserebbe il racconto del "normale" svolgimento di una "normale" gara.  L'imprevisto è la presenza a bordo di un clandestino, salito a bordo mentre Yann era impegnato a riparare la sua barca, sempre rigorosamente da solo. Le regole della gara sono infatti chiarissime: il navigatore se la deve cavare da solo in tutto e per tutto, pena la squalifica. E la sola presenza a bordo del ragazzo comporterebbe la squalifica immediata.  Il primo impulso, quasi rabbioso del velista è quello di buttare a mare il ragazzo, tanta è la frustrazione. Ma l'umana pietà nei confronti di un essere umano spaventato hanno per fortuna la meglio. Yann non ha il cuore di buttare nel mare tempestoso il giovane e lo nasconde a bordo, dividendo con lui le razioni di cibo, con la consegna di non farsi aiutare in nessuna delle manovre di bordo, per ossequio al principio della gara. Alla prima occasione, al primo porto sicuro, lo farà scendere.

Il ragazzo, un sedicenne di nome Mano Ixa nato in Mauritania (Samy Seghir), è mosso da altrettanta disperazione e voglia di riscatto di Yann. Non era consapevole del casino nel quale si sarebbe infilato, ma d'altra parte fugge da una realtà e da un dramma personale che l'hanno reso disperato.

Quello che rende In Solitario un film interessante non è quindi la gara, la sfida che essa rappresenta che, anzi, sembra diventare quasi una bizzarria da ricconi sfaccendati. Non è l'ennesima storia della sfida dell'uomo al mare, bensì una storia di come gli uomini possano conoscere e integrarsi, di come le culture possano trovare un punto d'incontro. Di come intenzioni in collisione possano diventare, con la conoscenza reciproca, comunione d'intenti.

In questa chiave di lettura è da intendersi anche la storia, parallela, della evoluzione del rapporto tra Léa e Marie. La crescita del loro rapporto prosegue parallelamente a quella, segreta a tutto il mondo, di Yann e Mano, con tappe anch'esse dolorose, meno estreme fisicamente, ma non che non le metteranno meno a dura prova emotivamente.

Un altro episodio che puntella la vicenda è il recupero della velista inglese Mag Embling (Karine Vanesse) in seguito al naufragio della sua barca, autorizzato dall'organizzazione. La ragazza terrà il segreto sulla presenza di Mano a bordo, e contribuirà non poco a fare da ponte tra il ragazzo e Yann.

Come verrà risolta l'intricata situazione lo dovrete scoprire da soli.

Il film tecnicamente è perfetto. Offestein è un esperto operatore abituato a condizioni estreme che è riuscito a girare un film in un set reale, ossia una vera barca, non adattata per le riprese, in mare aperto, senza l'effetto "camera a mano" tanto di moda.

Con la camera a spalla, e non a mano, è riuscito a non fare venire il mal di mare agli spettatori, a realizzare autentica narrazione per immagini sfruttando al meglio la luce, i movimenti di macchina del vero cinema, senza cedere all'impulso del verismo documentaristico.

Quello che ha prevalso è il racconto dell'esperienza umana, non il racconto di uno sport estremo. Grande merito ovviamente va all'intero cast. Tutti molto bravi, a cominciare da Cluzet, che non è una scoperta, fino ai ruoli "minori". Non c'è una rotella fuori posto, un attore o attrice che non fornisca una prova più che autentica nel film.

Un film da vedere, di corsa anche.

Film: Cose Nostre - Malavita

Titolo originale: Malavita (The Family) - Cast: Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Tommy Lee Jones, Dianna Agron, John D’Leo. Prodotto da Virginie Besson-Silla. Produttore esecutivo Martin Scorsese. Sceneggiatura di Luc Besson e Michael Caleo (dall'omonimo romanzo di Tonino Benacquista edito da Ponte alle Grazie). Regia di Luc Besson. Distribuito da Eagle Pictures - 111'

Cose nostre - MalavitaSe c'è un seguito ideale di “The Good Fellas” (“Quei Bravi Ragazzi”) di Martin Scorsese è proprio “Malavita” (mi perdonerete se ometto l'orribile aggiunta italiana al titolo originale) di Luc Besson.
I collegamenti tra il film di Luc Besson e quello di Scorsese (qui produttore esecutivo) sono parecchi.
Come il film di Scorsese “Malavita” è tratto da un romanzo, omonimo, scritto da Tonino Benacquista, il quale nel libro ringrazia all'inizio Nicholas Pileggi, l'autore di “Il delitto paga bene” libro che è una delle fonti al quale Scorsese ha attinto per il suo film, ispirato anche alla vita del pentito Henry Hill.
In effetti domandarsi “cosa accade ai pentiti nella loro nuova vita” non è affatto peregrino.
L'incipit per esempio, in perfetto e teso stile thriller mostra subito quello che succede quando la protezione viene meno.
Poi assistiamo al viaggio notturno dell'italo americano Fred Blake (Robert De Niro), insieme a sua moglie Maggie (Michelle Pfeiffer) e i loro figli Belle (Dianna Agron) e Warren (John D’Leo) verso la loro nuova casa in una minuscola località francese della Normandia, Cholong-sur-Avre (del tutto immaginaria). Qualcosa non va sin da subito. Perché la famiglia arriva di notte, di nascosto? Scopriremo subito che si tratta della famiglia di un pentito di Mafia, i cui componenti non riescono però a tenere quel basso profilo consigliato dall'FBI, e in particolare l'agente Tom Quintiliani (Tommy Lee Jones) che comanda la squadra che ha il compito di tenerli al sicuro.

È possibile che una famiglia chiaramente statunitense fino al midollo possa passare inosservata in un paese della provincia francese, dove il pregiudizio sugli “americani” è maggiore che nelle grandi città? Se poi i suoi componenti non fanno altro che mettersi nei guai, incendiando supermercati (la moglie), gestendo racket a scuola (il figlio Warren) e seducendo giovani professori (Belle) è chiaro che la convivenza con gli abitanti locali diventa problematica.
Così la difficoltà di adattarsi all'ennesimo cambiamento, i problemi dello scontro di mentalità, si aggiungono al problema sostanziale di tutti i componenti della famiglia: non sono abituati a risolvere le cose nella maniera delle persone “civili”.
Un idraulico cerca di imbrogliare papà Fred? Botte da orbi. Una ragazza rivale ruba l'astuccio a Belle? Picchiata a sangue. E così via.
Se per una vita sei stato abituato a concepire la violenza come modo di risoluzione dei problemi, puoi davvero cambiare mentalità? Questa sembra essere la domanda centrale del film, come del romanzo.
Fred, il cui vero nome è Giovanni Manzoni, è l'unico dei quattro che non dovrebbe uscire di casa, se non dietro autorizzazione, ma riesce trova un nuovo modo per passare il tempo: scrivere le sue memorie con una vecchia macchina da scrivere trovata tra le cianfrusaglie. La cosa gli attira le attenzioni preoccupate non solo del suo agente di protezione ma anche in alto, negli ambienti politici preoccupati dalle rivelazioni che il libro potrebbe contenere.
Inoltre, nel suo status di “scrittore” Fred viene persino invitato dai paesani a partecipare come ospite d'onore al cineforum locale, dove si proiettano film statunitensi, dando luogo a una esilarante gag di meta-cinema.
Il film partendo dalla black-comedy, a tratti molto divertente, arriverà anche all'action e a quei momenti di violenza esagerata, pieni di sparatorie ed esplosioni varie, a cui ci hanno abituato i film di Besson. Questo perché la Mafia non dimentica e in seguito a circostanze tutte da scoprire, il nucleo familiare, messo a dura prova dallo “scontro culturale” con i francesi, si ricompatterà quando dovrà affrontare un feroce commando di killer mandati dagli USA.
Non ci sono grosse differenze stavolta tra parola scritta e cinema. Nel film sono inventate alcune situazioni che rendono più esplicito, sin dall'incipit, il modo violento di risolvere le controversie di Fred ma, a parte questo, i rapporti familiari, i caratteri dei personaggi e lo scontro culturale sono già dentro il divertente romanzo. E nel libro, come nel film è presente un momento di meta-cinema, c'è un momento di meta-letteratura, nel quale possiamo leggere le memorie che Fred ha scritto.
Quello che emerge con molta chiarezza è la verità o la verosimiglianza di quanto leggiamo o vediamo al cinema.
Atteggiamenti e tic dei mafiosi italo-americani appaiono antropologicamente veritieri forse più nel libro che nel film, dove diventano quasi caricaturali. In realtà però è vero che i film di mafia, dal “Il Padrino” a “Scarface” a “The Good Fellas”, come profezie auto-avveranti, sono stati presi a modello da generazioni di delinquenti, che hanno cominciato ad assumere gli atteggiamenti dei modelli cinematografici. Un travaso che nel film vedrete in modo esplicito.
Robert De Niro non poteva che essere a suo agio nel ruolo, per il quale ha già in repertorio momenti come l'Al Capone di “Gli intoccabili” e appunto il “Jimmy Conway” del già nominato film di Scorsese, senza dimenticare il Sam "Asso" Rothstein di “Casinò”. In questo caso l'aggiunta sono i toni da commedia di “Un boss sotto stress” e “Mi presenti i tuoi?”. Insomma non poteva che essere perfetto per un personaggio scritto pensando a lui. Ma in parte sono tutti, da Michelle Pfeiffer ai due ragazzi, fino a Tommy Lee Jones, granitico ma non troppo. Perfetti i volti dei caratteristi.
Un film da vedere per aggiungere un nuovo capitolo alla ideale storia della Mafia italo-americana raccontata dal cinema.

Film: Giovani Ribelli (Kill your Darlings)

Un film di John Krokidas. Con Daniel Radcliffe, Dane DeHaan, Michael C. Hall, Ben Foster, Jack Huston, Jennifer Jason Leigh, John Cullum. Biografico - 143 min. - USA 2013. - Distribuito da Notorious

Kill-Your-DarlingsGiovani Ribelli” (“Kill your Darlings”) è la storia di quando Allen Ginsberg (Daniel Radcliffe), Jack Kerouac (Jack Huston) e William Burroughs (Ben Foster) erano “piccoli” e si ritrovarono coinvolti in una vicenda da cronaca nera.
New York 1944, Allen Ginsberg è appena stato ammesso alla Columbia University e fa la conoscenza del “bello e impossibile” Lucien Carr (Dane DeHaan), legato sia affettivamente a David Kammerer (Michael C. Hall) che in modo misterioso. Frequentando Carr il giovane Allen conosce Burroughs, che aveva abbandonato gli studi di medicina per una vita da tossicodipendente mantenuto dalla ricca famiglia, e Jack Kerouac, di nuovo vicino agli ambienti universitari dopo aver tentato di arruolarsi in Marina.

Il film vorrebbe raccontare parimenti due vicende: la nascita della Beat Generation, passando per la formazione dei tre scrittori, la loro ribellione ai rigidi schemi imposti dall'Università e della conseguente ricerca nuove forme di espressione per l'arte letteraria; la vicenda a toni noir che vide Lucien Carr uccidere Kammerer, fonte di ispirazione indiretta per “La città e la metropoli” di Kerouac e poi rievocato più direttamente in “E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche”, scritto a quattro mani da Kerouac e Burroughs.
John Krokidas, regista e co-sceneggiatore insieme ad Austin Bunn fondono quindi il racconto dell'esperienza universitaria, dal punto di vista del giovane Ginsberg, a quello della sua educazione sentimentale e della scoperta della omosessualità, per poi arrivare al delitto passionale, con i toni del thriller. Ne viene fuori un film disomogeneo, che mantiene coerente solo la lucida capacità di gestire al meglio il budget, con un film che mette NY su uno sfondo sfocato perché non è possibile ricostruire in esterni gli anni '40, esaltando quindi i primi e i primissimi piani, gli scambi di sguardi e i chiaroscuri, con pochi movimenti di macchina.

Lo stile visivo da film indipendente però cozza con la scelta di non pigiare eccessivamente sul ruolo che le droghe ebbero nell'esperienza creativa. Non basta una scena che evoca Ginsberg nudo alla macchina da scrivere a rendere l'idea, ma serve a dare il bollino di produzione “trasgressiva” tanto quanto si autodefiniscono “verdi” quei prodotti da supermercato realizzati con l'1% in meno di carta.
Gratta gratta, così come scopriamo che il finto prodotto “a basso impatto ambientale” tale non è, in questo caso la scelta di casting tradisce la chiara intenzione di sfondare sul mercato con un finto cult.
Daniel Radcliffe, divo bambino che cerca con convinzione di togliersi l'aura da eterno maghetto che i film di Harry Potter gli hanno dato. Jack Huston, ultimo rampollo di una stirpe cinematografica prestigiosa, tra i protagonisti di “Boardwalk Empire”. Micheal C. Hall, protagonista del serial “Dexter”. Ben Foster e Dane Dehaan sono forse gli unici che hanno una carriera che li ha visto alternarsi tra il mainstream e l'indipendente e sono infatti i più bravi del gruppo. Anzi direi che proprio il William Burroughs di Foster è il personaggio più interessante, per quanto di secondo piano nella vicenda, perché approcciato con una recitazione che lo rende autentico, un vero trasgressore allucinato nascosto in panni borghesi, inquietante. De Haan è l'altro faro del film e si conferma molto bravo, facendo letteralmente sparire Radcliffe, che è oscurato anche da Jennifer Jason Leigh, nel ruolo di sua madre, Naomi Ginsberg, molto brava nella sempre difficile intepretazione di una malata di mente.

Un tema che avrebbe potuto rendere interessante il film rimane involuto. Ossia la differenza che passa tra chi ha una visione, una idea che fa la differenza, e i suoi contemporanei, incapaci di vedere nella stessa direzione per limiti oggettivi.
Il conflitto tra gli studenti e l'establishment universitario, rappresentato dal Professor Steeves (il bravo caratterista John Cullum, indimenticato Holling Vincoeur di “Northern Exposure”), rimane la protesta fine a se stessa di un gruppo di ragazzacci che essenzialmente non vuole studiare, per dedicarsi ad alcool, sesso e droga. Il fermento creativo e culturale non emerge con la chiarezza aspettata, o se affiora è giusto per quel paio di citazioni che anche i “tuttologi da salotto” sanno sfoggiare.
Un film finto come una moneta da tre euro. Da evitare.

 

Film: Confessions

ConfessionsConfessions (Kokuhaku) - Drammatico - Giappone 2010 - Regia di Nakashima Tetsusya Sceneggiatura: Nakashima Tetsuya dal romanzo di Minato Kanae - Interpreti: Matsu Takako, Okada Masaki, Kimura Yoshino - Fotografia: Ato Shoichi, Ozawa Atsushi - Montaggio: Koike Yoshiyuki - Colonna sonora: Toyohiko Kanahashi - Scenografia: Nishio Tomomi - Luci: Takakura Susumu - Produttore: Kawamura Genki, Ishida Yuji, Suzuki Yutaka, Kubota Yoshihiro
Produttore esecutivo: Minami Ichikawa - Durata: 106 ' - Distribuito da Tucker Film

 

 

Non dovreste leggere le sinossi o le anticipazioni sulla trama di Confessions, vi dicono veramente più di quanto sia necessario.

Il migliore approccio è non sapere nulla della storia, dei personaggi, scoprendo tutto man mano che le “confessioni” mettono in luce l'intreccio di tragedie umane narrato dal film.

Una lezione che inizia come le tante che la professoressa Yuko Morigochi ha tenuto alla sua classe scuola media è solo l'inizio lento dell'esposizione di uno spaccato di vita che esplode in modo dirompente.

Ci sono morti, delitti, tutto il senso e il non senso del rapporto tra la vita e la morte, tra la logica e l'illogica. Impossibile fermarsi su un tema e dire quale sia il più pregnante. Tutto ha senso, ogni particolare, ogni singola parola degli efficaci dialoghi, ogni fotogramma.

È un film da seguire con grande attenzione, non un facile intrattenimento quello che vi aspetta.

Il rapporto tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi è sicuramente un tema portante. La gestione del contatto umano in una scuola in cui il politicamente corretto ha provocato più danni che benefici è lambito, ma non è fulcro della vicenda. Più che altro diventa uno strumento narrativo in momenti chiave.

I colpi di scena sono logici una volta rivelati, ma non sono mai prevedibili. Come tutte le idee geniali diventano le uniche idee possibili solo dopo che ne siamo stati edotti.

Impotenza di fronte a ciò che accade è una parola chiave che mi trova d'accordo. Vorremmo fare in modo che le cose siano diverse, ma non possiamo. Rimaniamo spettatori a cui rimane solo di fare tesoro dell'esperienza nella propria vita.

Tutto questo senza che il film sia moralista o didattico. La migliore lezione è quella che non sembra tale. Non siamo davanti a un documentario sociologico sulla disgregazione del sistema scolastico e dei rapporti umani, ma i concetti espressi non risultano meno pregnanti.

Insomma siamo davanti a una di quelle volte in cui la narrazione assume significatività maggiore o uguale a quella di un saggio.

Ad aiutare l'esposizione della storia ci sono immagini di rara eleganza, le canzoni dei Radiohead e la musica dodecafonica, un montaggio geniale che è parte integrante della narrazione.

Gli attori sono tutti bravissimi, misurati anche quando le esigenze di storia portano sopra le righe, in una sola parola: credibili. La fotografia di Ato Shoichi e Ozawa Atsushi è pura poesia.
Nakashima Tetsusya si conferma uno dei registi giapponesi di maggiore talento, un astro in ascesa nella filmografia mondiale.

Recensione pubblicata anche su http://www.thrillermagazine.it/cinema/13908

 

 

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