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Categoria: film Pagina 2 di 7

Nebraska

Film: Nebraska

Regia di Alexander Payne - con Bruce Dern, Will Forte, Stacy Keach, June Squibb, Bob Odenkirk - Drammatico - USA - 121’ - Distribuito da Lucky Red

A me Nebraska è piaciuto. Molto.

La recensione potrebbe anche finire qui.  Se non fosse che vorrei anche dirvi perché.

Nebraska

Nebraska

Bruce Dern, caratterista anni '70 che, nonostante le decine di ruoli ricoperti in carriera, collegherò per sempre in prima istanza al film di fantascienza The Silent Running (in Italia arrivato con l'improbabile titolo 2002: la seconda odissea), interpreta Woody, un anziano ex tutto: Ex meccanico, ex ma forse ancora alcolizzato. Padre imperfetto. Marito pieno di pecche. Inoltre ha probabilmente il morbo di Alzahaimer galoppante. In ogni caso Woody ed è fonte di tormenti, stress e imbarazzo per i suoi familiari.

Figuriamoci poi quando si mette in testa, complice un biglietto pubblicitario, di aver vinto nientemeno che un milione di dollari, da reclamare a Lincoln, Nebraska. Ossia a più di 1000 km da Billings, Montana, dove vive con tutta la sua famiglia.

Da par suo il figlio David (Will Forte) è messo solo poco meglio. Commesso in un negozio di elettronica di consumo, trascina stancamente la sua esistenza, in una perenne "pausa di riflessione". È una di quelle persone per cui si potrebbe dire che la vita è qualcosa che non li tocca, perché sono impegnati a fare altre cose da un'altra parte. Più che altro a rimuginare nel caso di David.

Gli unici abbastanza posati nella famiglia sembrano la madre Kate (June Squibb) e il fratello giornalista televisivo Ross (Bob Odenkirk) che ovviamente non assecondano la fantasia di Woody.

Ma David, da par suo, più che credere alla fantasia, ritiene opportuno accompagnare il padre nel suo viaggio. Per fare o dire qualcosa. Qualunque cosa.

Il viaggio sarà in realtà più che problematico. Woody ha la tendenza ha mettersi nei guai. Così comincia la parte road movie del film. Lenta, lentissima, girata giustamente alla velocità dei limiti orari, in un paesaggio così monotono che quasi non si distingue il movimento dalla immobilità.

Il bianco e nero è assolutamente funzionale alla narrazione di un paesaggio che in ogni caso non conoscerebbe il colore. Così come il ritmo lento. Rispetta in pieno i ritmi di luoghi in cui l'evento del giorno è il ritorno in paese dei un ex meccanico, probabile vincitore (ma è una balla, perché ci credono tutti???), nel suo paesino.

Accade infatti che il viaggio porti padre e figlio nella loro nella città di origine Hawthorne, sembra nel Nebraska. Lì verrà organizzata una riunione familiare del tutto sui generis e molto estemporanea, dove vecchi nodi arriveranno al pettine.

Tra tutti, i complessi rapporti familiari di Woody con i fratelli, nonché l'irrisolta questione di una vecchia pompa, forse trafugata dall'ex socio Ed Pegram (Stacy Keach).

La visione del volto ancora cattivo di Stacy Keach, dietro il microfono di un karaoke in un sonnacchioso diner di provincia, vale da sola tutto il film. Il tempo passa per tutto e tutti. Non c'è pietà per niente e nessuno.

Placido, ben fotografato e girato, Nebraska scorre e va, raccontando la storia di crescita di David, unico personaggio che in realtà ha un percorso da compiere. Gli altri sanno già cosa sono diventati, cosa vogliono essere, cosa non saranno più.
David ritroverà il padre e non solo. Forse quella voglia di vivere la vita che sembrava non avere mai avuto.

Un altro, innegabile pregio del film di Alexander Payne è la verità. Tutti i volti, i corpi obesi, i locali e le strade polverose sono mostrati senza filtro, senza laccatura hollywoodiana, nonostante la scelta del bianco e nero possa sembrare "coprente". Non c'è nulla di artificioso in Nebraska.

Da vedere al cinema.

 

Film: C'era una volta a New York

Tit. orig. The Immigrant - Regia di James Gray - con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner - Drammatico - USA - 120’ - Distribuito da BIM
C'era una volta a New York

Presentato al Festival di Cannes 2013 Concorso, C'era una volta a New York, racconta la storia di due sorelle, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan) Cybulski  che nel 1921 lasciano la natia Polonia e navigano verso New York. Quando raggiungono Ellis Island i medici scoprono che Magda è malata e le due donne vengono separate. Ewa si ritrova nelle pericolose strade di Manhattan, mentre sua sorella viene messa in quarantena. Sola, senza un posto dove andare e nel disperato tentativo di ricongiungersi con Magda, Ewa diventa presto preda di Bruno (Joaquin Phoenix) che la prende con sé e la spinge a prostituirsi. L’arrivo di Orlando (Jeremy Renner), illusionista e cugino di Bruno, le ridona fiducia e speranza, ma Ewa non ha tenuto conto della gelosia del suo uomo… The Immigrant (trascuro l'orribile titolo italiano, appioppato per imparentarlo con C'era una volta in America di Sergio Leone, che racconta tutt'altro) è un melò classico, nel quale alle intenzioni dei personaggi si affiancano i sentimenti amorosi che, nonostante circostanze ed eventi avversi, esplodono tra loro. Ewa, arrivata negli USA colma di speranze di un futuro migliore, si ritrova prostituta, e invischiata in un rapporto di odio/amore con il suo protettore, Bruno. La storia diventa un triangolo quando arriva in scena il cugino Orlando, ma più che altro perché la possibilità di riscatto immediato e di liberare subito la sorella è una occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire. Come in tutti i melò, la situazione sfocerà in dramma, però il finale virerà verso il lieto fine. Nel mezzo, botte, lacrime, degradazione. Lo scopo è quello di raccontare una storia di quasi un secolo fa dimostrandone però la sua attualità stringente. In parte è vero. Ma quello che manca al film è l'ambientazione. Beninteso, costumi e interni sono molto curati. La vera chicca sono le riprese dentro gli originali locali di Ellis Island per esempio.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Ma vita e ambiente circostante rimangono sullo sfondo. La scelta di girare in esterni "veri" senza le sontuose ricostruzioni di Gangs of New York di Martin Scorsese o, per l'appunto, C'era una volta in America, limitano il film alla sola dimensione dei personaggi, privando la storia di un protagonista potenziale: la città di New York. Joaquin Phoenix e Marion Cotillard reggono dunque l'intero film. Sono bravissimi e bene affiatati, ma non lo salvano dal diventare uno spettacolo convenzionale, più vicino alla fiction televisiva che al cinema.

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

Il pianeta delle scimmie: Revolution

Il pianeta delle scimmie: Revolution

Il pianeta delle scimmie: Revolution

Il pianeta delle scimmie: Revolution

Il 31 luglio 2014 arrriverà in Italia, IL PIANETA DELLE SCIMMIE: REVOLUTION, diretto da Matt Reeves, con Gary Oldman e Andy Serkis.

 

La crescente nazione delle scimmie guidata da Caesar è minacciata da una banda di umani sopravvissuti al devastante virus diffuso dieci anni prima. Raggiunta una fragile pace, essa sarà molto breve, ed entrambe le parti si troveranno sul’orlo di una guerra che deciderà quale sarà la specie dominante sulla Terra.

 

Andy Serkis ritorna nel ruolo di Caesar. Faranno parte del cast di DAWN OF THE PLANET OF THE APES anche Jason Clarke (Zero Dark ThirtyPublic EnemiesThe Great Gatsby), Gary Oldman (The Dark Knight RisesThe Harry Potter film series), Keri Russell (The Americans,Mission Impossible III), Toby Kebbell (The Prince of PersiaWrath of the TitansRock N Rolla), Kodi Smit-McPhee (Let Me InParaNorman),Enrique Murciano (TrafficBlack Hawk Down), Kirk Acevedo (The Thin Red Line) e Judy Greer (The DescendantsThree Kings13 Going on 30).

 

Al seguente link altri poster internazionalihttp://www.dawnofapes.com/poster/

Film: In solitario

Titolo originale: En Solitaire - Cast: François Cluzet, Samy Seghir, Virginie Efira, Guillaume Canet. Prodotto da Jean Cottin. Sceneggiatura di Jean Cottin, Christophe Offenstein. Regia di Christophe Offenstein - Distribuito da Lucky Red - 96'

 

In solitarioYann Kermadec (François Cluzet) è impegnato nella partecipazione alla  Vendée Globe,  una gara che vede contrapposti diversi velisti di tutto il mondo in un giro del mondo in solitario.  Non doveva essere Yann a partecipare, bensì l'amico Franck Drevil (Guillaume Canet) vincitore della precedente edizione.  Ma questi si è infortunato e Yann, all'età di 57 anni, ha l'occasione più unica che rara di compiere la sua grande impresa. Il suo spirito competitivo è al massimo.  Vedovo, a casa ha lasciato la figlia Léa (Dana Prigent), 9 anni, un po' annoiata dalla improvvisa celebrità del padre, e per nulla contenta di convivere con Marie (Virginie Efira), la nuova compagna del padre, sorella di Franck.

Nel pieno della gara succede un fatto imprevisto, di quelli che in realtà rendono interessanti le narrazioni, perché a nessuno forse interesserebbe il racconto del "normale" svolgimento di una "normale" gara.  L'imprevisto è la presenza a bordo di un clandestino, salito a bordo mentre Yann era impegnato a riparare la sua barca, sempre rigorosamente da solo. Le regole della gara sono infatti chiarissime: il navigatore se la deve cavare da solo in tutto e per tutto, pena la squalifica. E la sola presenza a bordo del ragazzo comporterebbe la squalifica immediata.  Il primo impulso, quasi rabbioso del velista è quello di buttare a mare il ragazzo, tanta è la frustrazione. Ma l'umana pietà nei confronti di un essere umano spaventato hanno per fortuna la meglio. Yann non ha il cuore di buttare nel mare tempestoso il giovane e lo nasconde a bordo, dividendo con lui le razioni di cibo, con la consegna di non farsi aiutare in nessuna delle manovre di bordo, per ossequio al principio della gara. Alla prima occasione, al primo porto sicuro, lo farà scendere.

Il ragazzo, un sedicenne di nome Mano Ixa nato in Mauritania (Samy Seghir), è mosso da altrettanta disperazione e voglia di riscatto di Yann. Non era consapevole del casino nel quale si sarebbe infilato, ma d'altra parte fugge da una realtà e da un dramma personale che l'hanno reso disperato.

Quello che rende In Solitario un film interessante non è quindi la gara, la sfida che essa rappresenta che, anzi, sembra diventare quasi una bizzarria da ricconi sfaccendati. Non è l'ennesima storia della sfida dell'uomo al mare, bensì una storia di come gli uomini possano conoscere e integrarsi, di come le culture possano trovare un punto d'incontro. Di come intenzioni in collisione possano diventare, con la conoscenza reciproca, comunione d'intenti.

In questa chiave di lettura è da intendersi anche la storia, parallela, della evoluzione del rapporto tra Léa e Marie. La crescita del loro rapporto prosegue parallelamente a quella, segreta a tutto il mondo, di Yann e Mano, con tappe anch'esse dolorose, meno estreme fisicamente, ma non che non le metteranno meno a dura prova emotivamente.

Un altro episodio che puntella la vicenda è il recupero della velista inglese Mag Embling (Karine Vanesse) in seguito al naufragio della sua barca, autorizzato dall'organizzazione. La ragazza terrà il segreto sulla presenza di Mano a bordo, e contribuirà non poco a fare da ponte tra il ragazzo e Yann.

Come verrà risolta l'intricata situazione lo dovrete scoprire da soli.

Il film tecnicamente è perfetto. Offestein è un esperto operatore abituato a condizioni estreme che è riuscito a girare un film in un set reale, ossia una vera barca, non adattata per le riprese, in mare aperto, senza l'effetto "camera a mano" tanto di moda.

Con la camera a spalla, e non a mano, è riuscito a non fare venire il mal di mare agli spettatori, a realizzare autentica narrazione per immagini sfruttando al meglio la luce, i movimenti di macchina del vero cinema, senza cedere all'impulso del verismo documentaristico.

Quello che ha prevalso è il racconto dell'esperienza umana, non il racconto di uno sport estremo. Grande merito ovviamente va all'intero cast. Tutti molto bravi, a cominciare da Cluzet, che non è una scoperta, fino ai ruoli "minori". Non c'è una rotella fuori posto, un attore o attrice che non fornisca una prova più che autentica nel film.

Un film da vedere, di corsa anche.

Film: Cose Nostre - Malavita

Titolo originale: Malavita (The Family) - Cast: Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Tommy Lee Jones, Dianna Agron, John D’Leo. Prodotto da Virginie Besson-Silla. Produttore esecutivo Martin Scorsese. Sceneggiatura di Luc Besson e Michael Caleo (dall'omonimo romanzo di Tonino Benacquista edito da Ponte alle Grazie). Regia di Luc Besson. Distribuito da Eagle Pictures - 111'

Cose nostre - MalavitaSe c'è un seguito ideale di “The Good Fellas” (“Quei Bravi Ragazzi”) di Martin Scorsese è proprio “Malavita” (mi perdonerete se ometto l'orribile aggiunta italiana al titolo originale) di Luc Besson.
I collegamenti tra il film di Luc Besson e quello di Scorsese (qui produttore esecutivo) sono parecchi.
Come il film di Scorsese “Malavita” è tratto da un romanzo, omonimo, scritto da Tonino Benacquista, il quale nel libro ringrazia all'inizio Nicholas Pileggi, l'autore di “Il delitto paga bene” libro che è una delle fonti al quale Scorsese ha attinto per il suo film, ispirato anche alla vita del pentito Henry Hill.
In effetti domandarsi “cosa accade ai pentiti nella loro nuova vita” non è affatto peregrino.
L'incipit per esempio, in perfetto e teso stile thriller mostra subito quello che succede quando la protezione viene meno.
Poi assistiamo al viaggio notturno dell'italo americano Fred Blake (Robert De Niro), insieme a sua moglie Maggie (Michelle Pfeiffer) e i loro figli Belle (Dianna Agron) e Warren (John D’Leo) verso la loro nuova casa in una minuscola località francese della Normandia, Cholong-sur-Avre (del tutto immaginaria). Qualcosa non va sin da subito. Perché la famiglia arriva di notte, di nascosto? Scopriremo subito che si tratta della famiglia di un pentito di Mafia, i cui componenti non riescono però a tenere quel basso profilo consigliato dall'FBI, e in particolare l'agente Tom Quintiliani (Tommy Lee Jones) che comanda la squadra che ha il compito di tenerli al sicuro.

È possibile che una famiglia chiaramente statunitense fino al midollo possa passare inosservata in un paese della provincia francese, dove il pregiudizio sugli “americani” è maggiore che nelle grandi città? Se poi i suoi componenti non fanno altro che mettersi nei guai, incendiando supermercati (la moglie), gestendo racket a scuola (il figlio Warren) e seducendo giovani professori (Belle) è chiaro che la convivenza con gli abitanti locali diventa problematica.
Così la difficoltà di adattarsi all'ennesimo cambiamento, i problemi dello scontro di mentalità, si aggiungono al problema sostanziale di tutti i componenti della famiglia: non sono abituati a risolvere le cose nella maniera delle persone “civili”.
Un idraulico cerca di imbrogliare papà Fred? Botte da orbi. Una ragazza rivale ruba l'astuccio a Belle? Picchiata a sangue. E così via.
Se per una vita sei stato abituato a concepire la violenza come modo di risoluzione dei problemi, puoi davvero cambiare mentalità? Questa sembra essere la domanda centrale del film, come del romanzo.
Fred, il cui vero nome è Giovanni Manzoni, è l'unico dei quattro che non dovrebbe uscire di casa, se non dietro autorizzazione, ma riesce trova un nuovo modo per passare il tempo: scrivere le sue memorie con una vecchia macchina da scrivere trovata tra le cianfrusaglie. La cosa gli attira le attenzioni preoccupate non solo del suo agente di protezione ma anche in alto, negli ambienti politici preoccupati dalle rivelazioni che il libro potrebbe contenere.
Inoltre, nel suo status di “scrittore” Fred viene persino invitato dai paesani a partecipare come ospite d'onore al cineforum locale, dove si proiettano film statunitensi, dando luogo a una esilarante gag di meta-cinema.
Il film partendo dalla black-comedy, a tratti molto divertente, arriverà anche all'action e a quei momenti di violenza esagerata, pieni di sparatorie ed esplosioni varie, a cui ci hanno abituato i film di Besson. Questo perché la Mafia non dimentica e in seguito a circostanze tutte da scoprire, il nucleo familiare, messo a dura prova dallo “scontro culturale” con i francesi, si ricompatterà quando dovrà affrontare un feroce commando di killer mandati dagli USA.
Non ci sono grosse differenze stavolta tra parola scritta e cinema. Nel film sono inventate alcune situazioni che rendono più esplicito, sin dall'incipit, il modo violento di risolvere le controversie di Fred ma, a parte questo, i rapporti familiari, i caratteri dei personaggi e lo scontro culturale sono già dentro il divertente romanzo. E nel libro, come nel film è presente un momento di meta-cinema, c'è un momento di meta-letteratura, nel quale possiamo leggere le memorie che Fred ha scritto.
Quello che emerge con molta chiarezza è la verità o la verosimiglianza di quanto leggiamo o vediamo al cinema.
Atteggiamenti e tic dei mafiosi italo-americani appaiono antropologicamente veritieri forse più nel libro che nel film, dove diventano quasi caricaturali. In realtà però è vero che i film di mafia, dal “Il Padrino” a “Scarface” a “The Good Fellas”, come profezie auto-avveranti, sono stati presi a modello da generazioni di delinquenti, che hanno cominciato ad assumere gli atteggiamenti dei modelli cinematografici. Un travaso che nel film vedrete in modo esplicito.
Robert De Niro non poteva che essere a suo agio nel ruolo, per il quale ha già in repertorio momenti come l'Al Capone di “Gli intoccabili” e appunto il “Jimmy Conway” del già nominato film di Scorsese, senza dimenticare il Sam "Asso" Rothstein di “Casinò”. In questo caso l'aggiunta sono i toni da commedia di “Un boss sotto stress” e “Mi presenti i tuoi?”. Insomma non poteva che essere perfetto per un personaggio scritto pensando a lui. Ma in parte sono tutti, da Michelle Pfeiffer ai due ragazzi, fino a Tommy Lee Jones, granitico ma non troppo. Perfetti i volti dei caratteristi.
Un film da vedere per aggiungere un nuovo capitolo alla ideale storia della Mafia italo-americana raccontata dal cinema.

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