Emanuele Manco

Scritti, impressioni, opinioni.

L'abito non fa il monaco

Le storie che possono capitarti aspettando l'autobus sono quasi sempre abbastanza comuni.

Ogni tanto capita di soccorrere qualcuno che sta male, o di sentire di qualcuno che è stato derubato, o di essere tu stesso derubato.

Cose che capitano. Si dice.
Stamattina invece mi è capitata una scena che mi ha sorpreso, e non poco.
Mentre aspettavo uno dei due autobus che mi portava al lavoro, si è avvicinata una ragazza che sembrava avere origini indiane o di quelle parti dell'Asia, relativamente limitrofe. Onestamente non so distinguere un indiano da un pakistano o da uno shrilankese da un solo sguardo.

La ragazza mi ha chiesto se avessi visto un cellulare lì alla fermata, dove erano presenti anche due studenti e una "sciura" abbastanza ben vestita.
Non vedendo il cellulare da nessuna parte, e visto che la ragazza mi ha espresso la sua preoccupazione perché nella scheda del telefono c'erano i contatti delle signore da cui lavorava a servizio, ho preso l'iniziativa di chiederle il numero per fare squillare il telefono.

Immediatamente la suoneria ha squillato. La provenienza non si è però chiarita finché la "sciura" non ha detto "devi averlo tu nella borsa, guarda meglio", ed è schizzata su un autobus che, per sua fortuna, è passato in quell'istante.
Appena è salita sul bus lo squillo si è perso in lontananza, lasciando stupefatti me, la ragazza e i due studenti.

Che dire. Non so quanto valesse il telefono, ma da quanto mi ha raccontato la ragazza, la cosa più preziosa erano i contatti di lavoro.
Non ho molte parole a questo punto. Mi affido a chi ha saputo esprimere meglio di me un simile sconcerto.

 

Il nemico

Settimana intensa dal punto di vista narrativo.

Ho ripreso le fila di un paio di racconti e ne ho scritto al volo un terzo, dal titolo Il Nemico, per partecipare alla nuova selezione Delos Books: 365 Racconti sotto l'ombrellone.

Il racconto è stato selezionato e sarà nell'antologia.

Tutte le informazioni sul forum della Writer's Magazine.

Altre novità arriveranno presto.

Nebraska

Film: Nebraska

Regia di Alexander Payne - con Bruce Dern, Will Forte, Stacy Keach, June Squibb, Bob Odenkirk - Drammatico - USA - 121’ - Distribuito da Lucky Red

A me Nebraska è piaciuto. Molto.

La recensione potrebbe anche finire qui.  Se non fosse che vorrei anche dirvi perché.

Nebraska

Nebraska

Bruce Dern, caratterista anni '70 che, nonostante le decine di ruoli ricoperti in carriera, collegherò per sempre in prima istanza al film di fantascienza The Silent Running (in Italia arrivato con l'improbabile titolo 2002: la seconda odissea), interpreta Woody, un anziano ex tutto: Ex meccanico, ex ma forse ancora alcolizzato. Padre imperfetto. Marito pieno di pecche. Inoltre ha probabilmente il morbo di Alzahaimer galoppante. In ogni caso Woody ed è fonte di tormenti, stress e imbarazzo per i suoi familiari.

Figuriamoci poi quando si mette in testa, complice un biglietto pubblicitario, di aver vinto nientemeno che un milione di dollari, da reclamare a Lincoln, Nebraska. Ossia a più di 1000 km da Billings, Montana, dove vive con tutta la sua famiglia.

Da par suo il figlio David (Will Forte) è messo solo poco meglio. Commesso in un negozio di elettronica di consumo, trascina stancamente la sua esistenza, in una perenne "pausa di riflessione". È una di quelle persone per cui si potrebbe dire che la vita è qualcosa che non li tocca, perché sono impegnati a fare altre cose da un'altra parte. Più che altro a rimuginare nel caso di David.

Gli unici abbastanza posati nella famiglia sembrano la madre Kate (June Squibb) e il fratello giornalista televisivo Ross (Bob Odenkirk) che ovviamente non assecondano la fantasia di Woody.

Ma David, da par suo, più che credere alla fantasia, ritiene opportuno accompagnare il padre nel suo viaggio. Per fare o dire qualcosa. Qualunque cosa.

Il viaggio sarà in realtà più che problematico. Woody ha la tendenza ha mettersi nei guai. Così comincia la parte road movie del film. Lenta, lentissima, girata giustamente alla velocità dei limiti orari, in un paesaggio così monotono che quasi non si distingue il movimento dalla immobilità.

Il bianco e nero è assolutamente funzionale alla narrazione di un paesaggio che in ogni caso non conoscerebbe il colore. Così come il ritmo lento. Rispetta in pieno i ritmi di luoghi in cui l'evento del giorno è il ritorno in paese dei un ex meccanico, probabile vincitore (ma è una balla, perché ci credono tutti???), nel suo paesino.

Accade infatti che il viaggio porti padre e figlio nella loro nella città di origine Hawthorne, sembra nel Nebraska. Lì verrà organizzata una riunione familiare del tutto sui generis e molto estemporanea, dove vecchi nodi arriveranno al pettine.

Tra tutti, i complessi rapporti familiari di Woody con i fratelli, nonché l'irrisolta questione di una vecchia pompa, forse trafugata dall'ex socio Ed Pegram (Stacy Keach).

La visione del volto ancora cattivo di Stacy Keach, dietro il microfono di un karaoke in un sonnacchioso diner di provincia, vale da sola tutto il film. Il tempo passa per tutto e tutti. Non c'è pietà per niente e nessuno.

Placido, ben fotografato e girato, Nebraska scorre e va, raccontando la storia di crescita di David, unico personaggio che in realtà ha un percorso da compiere. Gli altri sanno già cosa sono diventati, cosa vogliono essere, cosa non saranno più.
David ritroverà il padre e non solo. Forse quella voglia di vivere la vita che sembrava non avere mai avuto.

Un altro, innegabile pregio del film di Alexander Payne è la verità. Tutti i volti, i corpi obesi, i locali e le strade polverose sono mostrati senza filtro, senza laccatura hollywoodiana, nonostante la scelta del bianco e nero possa sembrare "coprente". Non c'è nulla di artificioso in Nebraska.

Da vedere al cinema.

 

next 18

È arrivato NeXT 18

NeXT 18

NeXT 18

Sul blog Hyperhouse è  stata annunciata ieri l'uscita del numero 18 di NeXT, la rivista ufficiale del movimento connettivista.

Ho contribuito anche a questa iterazione con un articolo sul mondo del fumetto, cartaceo e  digitale, argomento che mi sta molto a cuore. Il titolo del mio articolo è Di Crowdfunding e di altre facezie. Nell'articolo di Zoon trovate non solo una completa presentazione del numero, ma anche tutte le modalità per ordinarlo o abbonarvi alla rivista.

Ho in preparazione anche un articolo per NextStation.org, la sponda internet del movimento, di cui è previsto a breve un rilancio.

Film: C'era una volta a New York

Tit. orig. The Immigrant - Regia di James Gray - con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner - Drammatico - USA - 120’ - Distribuito da BIM
C'era una volta a New York

Presentato al Festival di Cannes 2013 Concorso, C'era una volta a New York, racconta la storia di due sorelle, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan) Cybulski  che nel 1921 lasciano la natia Polonia e navigano verso New York. Quando raggiungono Ellis Island i medici scoprono che Magda è malata e le due donne vengono separate. Ewa si ritrova nelle pericolose strade di Manhattan, mentre sua sorella viene messa in quarantena. Sola, senza un posto dove andare e nel disperato tentativo di ricongiungersi con Magda, Ewa diventa presto preda di Bruno (Joaquin Phoenix) che la prende con sé e la spinge a prostituirsi. L’arrivo di Orlando (Jeremy Renner), illusionista e cugino di Bruno, le ridona fiducia e speranza, ma Ewa non ha tenuto conto della gelosia del suo uomo… The Immigrant (trascuro l'orribile titolo italiano, appioppato per imparentarlo con C'era una volta in America di Sergio Leone, che racconta tutt'altro) è un melò classico, nel quale alle intenzioni dei personaggi si affiancano i sentimenti amorosi che, nonostante circostanze ed eventi avversi, esplodono tra loro. Ewa, arrivata negli USA colma di speranze di un futuro migliore, si ritrova prostituta, e invischiata in un rapporto di odio/amore con il suo protettore, Bruno. La storia diventa un triangolo quando arriva in scena il cugino Orlando, ma più che altro perché la possibilità di riscatto immediato e di liberare subito la sorella è una occasione troppo ghiotta per farsela sfuggire. Come in tutti i melò, la situazione sfocerà in dramma, però il finale virerà verso il lieto fine. Nel mezzo, botte, lacrime, degradazione. Lo scopo è quello di raccontare una storia di quasi un secolo fa dimostrandone però la sua attualità stringente. In parte è vero. Ma quello che manca al film è l'ambientazione. Beninteso, costumi e interni sono molto curati. La vera chicca sono le riprese dentro gli originali locali di Ellis Island per esempio.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Jeremi Renner si esibisce dentro Ellis Island.

Ma vita e ambiente circostante rimangono sullo sfondo. La scelta di girare in esterni "veri" senza le sontuose ricostruzioni di Gangs of New York di Martin Scorsese o, per l'appunto, C'era una volta in America, limitano il film alla sola dimensione dei personaggi, privando la storia di un protagonista potenziale: la città di New York. Joaquin Phoenix e Marion Cotillard reggono dunque l'intero film. Sono bravissimi e bene affiatati, ma non lo salvano dal diventare uno spettacolo convenzionale, più vicino alla fiction televisiva che al cinema.

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

Joaquin Phoenix e Marion Cotillard

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