Installare Oracle Client con Ubuntu

Chi mi conosce sa che “per pagare i conti faccio il programmatore”. Ma qui, essendo la pagina dove mi occupo dei miei hobby, parlo poco o niente di informatica. Ma dato che sull’argomento del titolo c’è molto poco in italiano, ho scritto questa guida per mio diletto e per diffondere il verbo di Linux.
Come informatico la mia posizione è pragmatica. Uso gli strumenti software che mi sono più congeniali e utili, non ne faccio una questione “religiosa”.
Ma l’idea che si possa lavorare con Linux mi piace. Come distribuzione ormai da anni uso Ubuntu, arrivata alla 11.10

Lavorare con Ubuntu è possibile. Se la vostra esigenza è di sviluppare in PL/SQL o di amministrare Database Oracle da remoto, che usiate Windows o Linux è indifferente. Con Linux avrete una macchina da lavoro semplice ed efficiente, i cui costi software sono completamente gratuiti.

Operazioni preliminari
E’ necessario installare i seguenti pacchetti, disponibili nel repository di Ubuntu:

alien
libaio1

Potete usare l’interfaccia grafica o da terminale scrivere:

sudo apt-get install libaio1 alien

Download dei pacchetti rpm dal sito Oracle

E’ necessario scaricare i pacchetti rpm dal sito ufficiale Oracle.

Quelli veramente indispensabili sono 3:

Pacchetto Nome file
Basic: All files required to run OCI, OCCI, and JDBC-OCI applications oracle-instantclient11.2-basic-11.2.0.3.0-1.i386.rpm
SQL*Plus: Additional libraries and executable for running SQL*Plus with Instant Client toracle-instantclient11.2-sqlplus-11.2.0.3.0-1.i386.rpm
SDK: Additional header files and an example makefile for developing Oracle applications with Instant Client oracle-instantclient11.2-devel-11.2.0.3.0-1.i386.rpm

NB. I nomi sono quelli dei file disponibili nel momento in cui scrivo, potrebbero variare nel tempo.

Altri sono disponibili sul sito, come quelli per il Pro*C e il client solo in lingua inglese. Le modalità non di installazione non variano.

Conversione dei pacchetti da rpm a deb
Il prossimo passo da seguire è convertire i pacchetti scaricati in formato .deb, che è quello accettato da Ubuntu, distribuzione derivata da Debian.
Non so i motivi per cui Oracle non rende disponibile questo formato e mantiene solo gli rpm e gli zip.
In aiuto ci viene il programma alien che risolve il problema convertendo i pacchetti scaricati nel formato che ci serve semplicemente scrivendo, da linea di comando:

sudo alien oracle-instantclient11.2-basic-11.2.0.3.0-1.i386.rpm -c

Dopo qualche secondo (il primo è più lungo, ma ci sta poco più di un minuto) il messaggio “oracle-instantclient11.2-basic_11.2.0.3.0-2_i386.deb generated” ci annuncerà che il primo file deb è pronto.

Ripetendo per i successivi:

comando esito
sudo alien oracle-instantclient11.2-sqlplus-11.2.0.3.0-1.i386.rpm -c oracle-instantclient11.2-sqlplus_11.2.0.3.0-2_i386.deb generated
sudo alien oracle-instantclient11.2-devel-11.2.0.3.0-1.i386.rpm -c oracle-instantclient11.2-devel_11.2.0.3.0-2_i386.deb generated

Nella stessa cartella degli rpm avremo quindi tre file che nel caso in esempio si chiamano:

oracle-instantclient11.2-basic_11.2.0.3.0-2_i386.deb
oracle-instantclient11.2-sqlplus_11.2.0.3.0-2_i386.deb
oracle-instantclient11.2-devel_11.2.0.3.0-2_i386.deb

Installazione dei pacchetti .deb

Per installare i pacchetti, sempre da linea di comando basterà digitare:

sudo dpkg -i oracle-instantclient11.2-basic_11.2.0.3.0-2_i386.deb
sudo dpkg -i oracle-instantclient11.2-sqlplus_11.2.0.3.0-2_i386.deb
sudo dpkg -i oracle-instantclient11.2-devel_11.2.0.3.0-2_i386.deb

NB.
I nomi dei file dipendono da quale pacchetto scaricate. Se scaricate un diverso pacchetto abbiate un po’ di spirito di adattamento, non limitatevi a copiare e incollare le righe.
Configurazione
Non è finita, i pacchetti sono stati installati, ma il sistema ancora non sa dove si trovi il programma.
Nella mia esperienza mi sono trovato davanti a due possibili percorsi

/usr/lib/oracle/11.2/client/ In sistemi a 32 bit
/usr/lib/oracle/11.2/client64/ In sistemi a 64 bit

Verificate in quale di questi percorsi è installato Oracle Client al fine di impostare le seguenti variabili d’ambiente (da qui faccio l’esempio di un sistema a 64 bit, ma basta togliere il 64 per i sistemi a 32 bit)

LD_LIBRARY_PATH /usr/lib/oracle/11.2/client64/lib
ORACLE_HOME /usr/lib/oracle/11.2/client64
TNS_ADMIN /usr/lib/oracle/11.2/client64/network/admin

Quindi, da terminale scrivete:

cd /etc/ld.so.conf.d
sudo gedit oracle.conf

Si aprirà l’editor e dovrete scrivere:

/usr/lib/oracle/11.2/client64/lib

Salvate e una volta chiuso l’editor scrivete:

cd /etc/profile.d
sudo gedit oracle.sh

Si aprirà l’editor e dovrete scrivere, in coda al file:

export ORACLE_HOME=/usr/lib/oracle/11.2/client64
export TNS_ADMIN=/usr/lib/oracle/11.2/client64/network/admin

Ora c’è da creare la directory a cui fa riferimento la variabile TNS_ADMIN, che in realtà ancora non esiste
Verificate l’esistenza della cartella di Oracle client con il seguente comando

ls /usr/lib/oracle/11.2/client

Se non la trovate provate:

ls -d /usr/include/oracle/*/client

Se la trovate bisogna creare un symbolic link alla cartella ORACLE_HOME mediante il seguente comando:

ln -s /usr/include/oracle/11.2/client64 /usr/lib/oracle/11.2/client64/include

Per creare la cartella TNS_ADMIN basterà digitare:

cd /usr/lib/oracle/11.2/client64
sudo mkdir network
cd network
sudo mkdir admin
cd admin

Ora avete due possibilità.
A) Sapete cosa sia un file tnsnames.ora, e ne avete uno disponibile, su una chiavetta usb, su una cartella fate voi.
In questo caso per copiare il file nella cartella basterà digitare (supponendo che siate dentro la cartella admin)

sudo cp [ORIGINE]/tnsnames.ora tnsnames.ora

B) Non avete idea di cosa sia tale file, non lo avete mai usato. Se ci tenete a saperlo vi spiego come crearlo.
Digitate:

sudo gedit tnsnames.ora

Il file contiene i dati per ciascuno dei Database a cui collegarsi. Per ogni DB dovremo scrivere nel file righe di questo tipo:

$NOMEDB =
(DESCRIPTION =
(ADDRESS = (PROTOCOL = TCP)(HOST = $INDIRIZZO)(PORT = 1521))
(CONNECT_DATA =
(SERVER = DEDICATED)
(SERVICE_NAME = $NOME_SERVIZIO)
)
)

Le variabili contrassegnate con il simbolo $ dipendono da voi. Se non sapete i valori chiedeteli a chi amministra il DB. E’ fuori dallo scopo di questo documento insegnare i fondamenti di Oracle, che si suppone già sappiate.
Una volta finito di scrivere salvate il file.

Un altro file utile, che può stare nella cartella TNS_ADMIN è sqlnet.ora
Più utile che indispensabile. Se ne avete già uno potete copiarlo dalla vostra fonte con il comando:

sudo cp [ORIGINE]/sqlnet.ora sqlnet.ora

Se non lo avete potete editarlo scrivendo

sudo gedit sqlnet.ora

Le impostazioni seguenti vanno bene un po’ per tutti i sistemi.

SQLNET.AUTHENTICATION_SERVICES=(NTS) 

NAMES.DIRECTORY_PATH=(LDAP,TNSNAMES,ONAMES,HOSTNAME)

DEFAULT_SDU_SIZE=8761

Salvate.
Se volete saperne di più, rivolgetevi al vostro amministratore oppure leggete qui,

Dopo aver copiato i vostri file, digitate

sudo chmod a+w *.ora

Questo comando renderà modificabili i vostri file da tutti gli utenti della macchina, non solo da root.

L’ultima modifica è al file /etc/envinroment.
Dovrete quindi digitare

sudo gedit /etc/environment

Quando si apre il file aggiungete in coda alla variabile PATH il percorso dei binari di oracle, e in coda al file le variabili d’ambiente (in grassetto le aggiunte).

PATH=”/usr/local/sbin:/usr/local/bin:/usr/sbin:/usr/bin:/sbin:/bin:/usr/games:/usr/lib/oracle/11.2/client64/bin
LD_LIBRARY_PATH=”/usr/lib/oracle/11.2/client64/lib”
ORACLE_HOME=”/usr/lib/oracle/11.2/client64″
TNS_ADMIN=”/usr/lib/oracle/11.2/client64/network/admin”

Non sarebbe indispensabile, ed è pratica deprecata, ma potreste mettervi il ferro dietro la porta editando anche il file /etc/bash.bashrc, digitando

sudo gedit /etc/bash.bashrc

Una volta aperto il file potete aggiungere le seguenti righe:

export LD_LIBRARY_PATH=/usr/lib/oracle/11.2/client64/lib
export ORACLE_HOME=/usr/lib/oracle/11.2/client64
export TNS_ADMIN=/usr/lib/oracle/11.2/client64/bin/network/admin
export PATH=$PATH:/usr/lib/oracle/11.2/client64/bin

Salvate e chiudete il terminale.

A questo punto, se conoscete i dati per connettervi, siamo pronti per tentare la nostra prima connessione. Riaprite il terminale e digitate:

sqlplus $username>/$password@$nomeservizio

Anche in questo caso i dati con il simbolo $ sono di vostra competenza.
Se è andato tutto a buon fine vi apparità il noto prompt di SqlPlus.
Complimenti e grazie per la pazienza!
Se qualcosa non gira per il verso giusto fatemi sapere.

Appendice
E se non voleste usare solo Sqlplus?

Tutto quello che ho scritto sopra serve a configurare l’Oracle Instant Client. Sqlplus, ossia la linea di comando è ancora usatissimo, ma anche molto diffusi sono i tool grafici, come TORA (un clone Linux di TOAD), o Sql Developer di Oracle, entrambi gratuiti (TOAD no).

Oracle SQL Developer

Per prima cosa scarichiamo il pacchetto da qui.
Come nel caso del client scaricate il file .rpm. Al momento in cui scrivo è disponibile il file sqldeveloper-3.0.04.34-1.noarch.rpm.

Una volta scaricato, da terminale digitate:

alien sqldeveloper-3.0.04.34-1.noarch.rpm -c

Dopo meno di un minuto potrete leggere:

sqldeveloper_3.0.04.34-2_all.deb generated

Di seguito digitate:

dpkg -i sqldeveloper_3.0.04.34-2_all.deb

Anche in questo caso i nomi dei file dipendono da quale pacchetto scaricate. Se scaricate un diverso pacchetto abbiate un po’ di spirito di adattamento, non limitatevi a copiare e incollare le righe.
Una volte terminata l’installazione il programma sarà disponibile da menu grafico, ma non partirà se lo eseguite da lì, per la prima esecuzione di sqldeveloper vi consiglio di usare il terminale e verificare intanto dove si trovi la vostra Java Virtual Machine guardandao la cartella /usr/lib/jvm con il comando (la cartella è quella in celeste chiaro):

ls /usr/lib/jvm

Segnatevi la cartella e poi digitate:

sudo sqldeveloper

Il programma vi chiederà di inserire il percorso della JAVA Virtual Machine, che scriverà in file di configurazione. Basterà digitarla, nel mio caso è /usr/lib/jvm/java-1.6.0-openjdk, e poi il programma partirà per la prima volta.
Da ora in poi non sarà necessario essere amministratori per eseguirlo. Anche da menu.

TORA
Personalmente non sento l’esigenza di altri strumenti. Ma se qualcuno vuole provare a questo link promettono di spiegare come fare ad installare TORA. Non ho ancora avuto modo di provare però. A dire il vero il programma è disponibile sui repository di Ubuntu, ma non con il supporto nativo di Oracle Client, bensì di MySql.
Probabilmente c’è da smanettare e cercare un po’ in rete come fare. Ne parliamo un’altra volta, sempre se ne avrò il tempo, sorry.

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Nuova Selezione di racconti per Effemme

Effemme chiama di nuovo a raccolta gli scrittori del fantastico. Questa volta con una selezione a tema.

Anche per il prossimo numero di Effemme, dopo il positivo riscontro della precedente edizione, bandiamo una selezione di racconti fantastici. Questa volta proponiamo agli scrittori un tema, scelto dai lettori in seguito a un sondaggio tra gli argomenti proposti dalla redazione:  La nascita di un mondo nuovo.

Regolamento e modalità di partecipazione su http://www.fantasymagazine.it/notizie/15986/nuova-selezione-di-racconti-per-effemme/

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NeXT-Con 2011 a Firenze, il 14 dicembre

Tornano le convention connettiviste: dalle 18.00 del 14 dicembre 2011, a Firenze, presso il Joshua Tree Pub di via della Scala, 37/r, si svolgerà un happening che vedrà presenti molti esponenti del Movimento. Dibattiti, presentazioni, reading, empatia multimediale per avvicinare la città culla della Cultura italiana al nostro collettivo del Futuro. Saranno presenti anche le realtà editoriali Kipple Officina Libraria, Edizioni Diversa Sintonia, la webzine NeXT-Station.org e HyperHouse.
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Bryan Talbot e il cuore di tenebra del Multiverso

Universi paralleli, storia alternativa e intrighi politici sono gli esplosivi ingredienti dell’universo creato dall’artista britannico Bryan Talbot, dalle prime complesse avventure dell’Homo Novus Luther Arkwright al conclusivo Heart of Empire.

Le avventure di Luther Arkwright

In principio erano Le avventure di Luther Arkwright, bellissima storia a fumetti di Bryan Talbot, densa di concetti fantascientifici, così dirompente nella scrittura e nei disegni da meritarsi la reputazione di capolavoro “spartiacque” nella letteratura disegnata. I primi episodi di questa miniserie furono pubblicati nel 1978 sulla rivista di fumetti underground Near Myths e poi sulla rivista pssst! fino al 1982. Talbot poi riprese la storia nel 1987-89 in una serie di 10 albi pubblicati dalla Valkyrie Press. I primi 9 conclusero le vicende del personaggio. Una decima uscita fu dedicata da Talbot a una serie di articoli che ripercorrevano la genesi della storia, il suo percorso creativo ed editoriale nonché importanti informazioni sul background dell’universo narrativo. Successivamente l’intera vicenda venne pubblicata negli Stati Uniti dalla Dark Horse Comics. In Italia il fumetto arrivò in una miniserie di 4 albi, pubblicati dalla Telemaco Comics nel 1993. L’anno scorso la Comma 22 ha ristampato questi albi in volume.
La vicenda si svolgeva sul piano di più universi paralleli e portava in scena la resistenza dei ribelli monarchici al dittatore di un’Inghilterra ucronica, discendente di Cromwell. Il ventesimo secolo britannico di Talbot non conosce il potere della monarchia, decaduto dalla rivoluzione del 1650, in cui gli stessi ideali repubblicani sono ormai degenerati in una feroce dittatura, non dissimile dai totalitarismi del nostro XX secolo. La storia è un’allegoria di tutte quelle finte democrazie che, sotto la parvenza di repubbliche, nascondono regimi dispotici, e unisce due tradizioni fantascientifiche britanniche, le catastrofi ecologiche di John Christopher (Morte dell’erba) e J.G. Ballard con quella distopica, a cui il fumetto dava in quegli anni un contributo fondamentale con Alan Moore e V for Vendetta. Il timore che sostiene Arkwright, nazionalista a suo modo, è che i governanti, una volta preso il potere nel nome del bene comune, nello stesso nome compiano misfatti inenarrabili, autorizzando deportazioni, guerre o genocidi. Paradossale se si pensa che la Gran Bretagna non ha conosciuto il giogo dei totalitarismi del XX Secolo. Ma è una paura ancora forte, se si pensa anche alla fantascienza televisiva, e in particolare alla recente miniserie Torchwood: Children of Earth, dove i rappresentanti di un governo eletto dal popolo decidono con cinismo quali siano i ceti della popolazione “degni” di sopravvivere. Nessun rimpianto comunque per le monarchie. La restaurazione sul trono della dinastia Stuart non porterà una nuova età dell’oro. In questa ucronia gli Stati Uniti rimangono poco più che una colonia inglese. Le guerre coloniali di questo Impero, sopravvissuto fino al nostro secolo non vengono però mascherate come “scontri di civiltà”. Si tratta di pura lotta per il potere fine a se stesso.
All’interno di questo conflitto irrompeva un umano che aveva bruscamente accelerato verso un successivo livello di evoluzione, Luther Arkwright, dotato di facoltà paranormali tra cui il potere di viaggiare attraverso gli universi. Alla fine della saga, come tutti i più valenti guerrieri, anche Luther, stanco e nauseato dal sangue versato, scompariva.
Il fumetto non aveva una trama lineare, e il segno di Talbot, ipernaturalistico e barocco, non lo rendeva di facile lettura. Accettata la sfida, al lettore paziente si apriva un orizzonte sui multiversi di notevole efficacia narrativa, con uno scenario di rara complessità che andava al di là della storia narrata. Che la restaurazione della Monarchia non mettesse la parola fine alle sue vicende, è stato così per lungo tempo l’auspicio di tutti gli appassionati di Arkwright.

Cuore dell'impero

Con Cuore dell’Impero Talbot, considerato da molti il padre del fumetto contemporaneo britannico di ispirazione fantastica e fantascientifica, si è deciso a riprendere nel 1999 i fili del discorso a una decina d’anni di distanza dalla fine delle pubblicazioni della prima miniserie, con ulteriori 9 albi mensili pubblicati dalla Dark Horse Comics. In Italia gli albi sono stati raccolti in 2 volumi sempre dalla Comma 22. La Monarchia non ha conosciuto sorte diversa dalla Repubblica che l’ha preceduta, degenerando in una dittatura che si è espansa nel mondo, schiacciandolo sotto il tallone del terrore. La regina Anna, che fu amante di Luther, è ormai una creatura parassita che sopravvive assorbendo energia vitale da occasionali compagni di letto. Ma Victoria, la figlia di Luther, sta iniziando a prendere coscienza della decadenza della casa reale, ormai un impero che ha imposto la Pax Britannica al mondo intero, maturando al contempo anche la consapevolezza della propria natura che supera l’umano, eredità dell’appartenenza di Luther all’Homo Novus. Ed è su di lei che si concentra stavolta l’obiettivo dell’autore.
Victoria infatti scopre gradualmente di possedere poteri ultra umani. Allo stesso tempo prende coscienza degli orrori perpetrati dal regime di cui fa parte suo malgrado. Il risveglio delle coscienza quindi è accompagnato dalla consapevolezza di poter usare i propri poteri per viaggiare tra gli universi e che suo padre, il leggendario Luther Arkwright, è ancora vivo.
Sullo sfondo si svolge l’ennesimo complotto per il potere, del quale fanno parte alcuni esponenti politici vicini alla monarchia, pronti a restaurare l’ennesimo regime “democratico”. Non ci sono innocenti però, o ribelli “buoni”. Alla radice di tutto c’è un orrore indescrivibile che si annida proprio nel “cuore dell’impero” del titolo, una creatura mostruosa il cui legame con i protagonisti è tutto da scoprire.
La pubblicazione originale è stata in albi di lunghezza variabile. La Dark Horse ha dato libertà a Talbot di dividere la storia secondo il flusso narrativo. In effetti la numerazione delle tavole non presenta soluzione di continuità. L’opera quindi si può a tutti gli effetti considerare un romanzo grafico e non una miniserie. Il fitto intreccio di intrighi, di riferimenti storici e di citazioni non sono avulsi da una cosmogonia fantascientifica, che è dettagliatamente spiegata nelle appendici testuali del secondo volume.
Se è già complicato immaginare e costruire solidamente un’ucronia ambientata in un solo universo, immaginatevi quanto possa essere complesso concepirne una che abbracci un intero Multiverso! Eppure Talbot immagina un mondo, situato nell’universo 00-00-00, nel quale l’improvvisa accelerazione tecnologica ha prodotto una razza di super umani, detta Homo Novus, che ha una visione più ampia di quanto siano enormi e ramificati gli universi paralleli, al punto di arrogarsi il ruolo del loro controllo. Luther Arkwright è uno di questi guardiani, esseri capaci di muoversi tra i paralleli con la sola forza del pensiero e delle capacità scientifiche acquisite dal parallelo 00-00-00, sotto la supervisione del progetto Valhalla e del supercomputer WOTAN.
Dopo due miniserie è chiaro che Talbot non stia parlando di divinità, ma di esseri umani, la cui tecnologia appare indistinguibile dalla magia solo per effetto dell’accelerazione, il cui punto “zero”, com’è spiegato nel secondo volume dell’edizione Comma 22, nell’articolo “Il Multiverso e Zero Zero”, è situato nel 1882, quando l’umanità del Parallelo 00-00-00 acquisisce la consapevolezza che “Non c’è un universo Infinito, ma un numero infinito di Universi: il Multiverso”. Diretta applicazione delle teorie del matematico Karl Marx. In questo universo la teoria della relatività era stata scoperta nel 1800 e nel 1832 Babbage aveva già realizzato il suo primo calcolatore elettronico. Ma è con Marx e con la sua dimostrazione formale dell’esistenza degli altri universi che nasce il Progetto Valhalla, allo scopo di monitorare gli universi alternativi, battezzati da Talbot semplicemente “Paralleli” e osservare le oscillazioni nelle tendenze storiche. In un mondo pacificato, senza più guerre, fame e malattia come il Parallelo 00-00-00 si comincia a guardare al destino degli altri universi, al fine di monitorare i loro progressi sulla via dell’armonia. Persino la parapsicologia è in questo universo niente di più che una scoperta tecnologica. E’ l’applicazione dell’energia psionica che rende possibile il viaggio nei Paralleli. È addirittura possibile per gli uomini di 00-00-00 entrare in contatto empatico con i loro infiniti doppi negli infiniti universi.
L’intreccio complesso di Cuore dell’impero diventa a questo punto quasi lineare rispetto alle possibili varianti che ogni singolo evento può aver creato nei multiversi. Il Parallelo dove si svolge la narrazione principale è il numero 00-72-87, ma altri ne vedremo indicati durante la lettura. Se in Le avventure di Luther Arkwright ci perdevamo spesso e volentieri, la linearità del disegno in questo graphic novel rende più riposante la lettura. Non pensiate che sia meno definito e studiato, tutt’altro. Il tratto è da grandissimo artista, con tavole già molto esplicative nella loro elegante composizione grafica. Anche le parti più sessualmente esplicite, oppure violente e splatter, non sono mai gratuite. La storia quindi scorre fin troppo velocemente visto l’immenso piacere che regala. Non vorremmo finisse mai.Siamo davanti a un vero e proprio kolossal, di impressionante potenza visiva, come solo il fumetto può dare a questi prezzi. È difficile pensare che Hollywood possa impegnare i mezzi economici necessari a mettere in scena un disegno di questa portata con uno spessore narrativo equivalente. Magia della letteratura disegnata, che costa immensamente meno del cinema. È lo stesso Talbot nell’articolo, sempre contenuto nel secondo volume, “Dalla mente alla carta” a spiegare ai lettori la differenza d’approccio rispetto al cinema: “Se nel cinema siamo spettatori passivi, nel fumetto interagiamo con esso, arrivando a ‘leggere’ le immagini. È la nostra immaginazione che completa l’esperienza con suoni, atmosfere e toni di voce nel dialogo. Se è pur vero che leggiamo una vignetta alla volta, è altrettanto vero che inevitabilmente buttiamo l’occhio su tutta la tavola”. Talbot quindi dà molta importanza alla pianificazione della tavola. Se l’esperienza del cinema è già serializzata dalla proiezione, il solo fatto che il nostro sguardo vada sull’intera tavola costruisce una serialità soggettiva, diversa per ogni lettore. Nel fumetto però è possibile avere tante immagini adiacenti, primi piani, piani americani e campi lunghi, non solo nella stessa tavola, ma anche nella stessa vignetta. Sarà il lettore a comporre a suo modo il flusso d’informazioni, rendendo ogni esperienza di lettura unica.
Per la fortuna degli appassionati più insaziabili, il piacere della lettura del fumetto è prolungato dalla dettagliata sezione che chiude il secondo volume presentando sia scritti che ne analizzano in dettaglio il background, le fonti e l’intero processo produttivo, sia le copertine degli albi originali. Oltre ai già citati articoli troviamo una storia inedita di Neil Gaiman e Dave McKean, diretto omaggio a Luther Arkwright. Inoltre è presente una sezione, denominata ARKEOLOGIA che offre una dettagliata serie di note esplicative sui personaggi e le ambientazioni.

Bryan Talbot

Completa la confezione anche vario materiale metatestuale, come manifesti e scritti che sembrano provenire direttamente dall’universo narrativo della vicenda, nonché le copertine dei nove albi della prima pubblicazione. Nel già citato articolo “Dalla mente alla carta” apprendiamo che Talbot accredita tra le sue fonti d’ispirazione Jerry Cornelius di Michael Moorcock, insieme al fumetto ispirato allo stesso personaggio, Il garage ermetico di Moebius, la Saga degli Illuminati di Robert Shea e Robert Anton Wilson, Il signore della svastica di Norman Spinrad, i romanzi di Colin Wilson e i film di Sergio Leone, Nicolas Roeg, Sam Peckinpah, Francis Ford Coppola e Stanley Kubrick.
Per la raccolta del materiale, i sopralluoghi e l’opportuna documentazione e le fasi di realizzazione vera e propria, Talbot ha impiegato ben tre anni per arrivare al prodotto finito. Gliene diamo atto. Sono stati ben spesi.

Articolo pubblicato in origine su www.next-station.org

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Colossus: The Forbin Project

Titolo italiano: COLOSSUS
Produzione: 1969 – USA, Universal, col., 100 min.
Regia: Joseph Sargent
Sceneggiatura: James Bridges dal romanzo “Colossus” di D.F. Jones
Trucco: Bud Westmore
Musica: Michel Colombier
Interpreti: Eric Braeden, Susan Clark, Gordon Pinsent, William Schallert, Alex Rodine, Robert Cornthwaite, Leonid Rostoff, James Hong

Sinossi: Colossus è un super computer ideato dal Dottor Forbin per la difesa nucleare degli Stati Uniti d’America. Appena viene attivato il computer acquisice tutte le possibili informazioni per la difesa e per assolvere al meglio il suo compito principale, salvare l’umanità dall’olocausto nucleare. Scoperta l’esistenza di un omologo computer nel blocco sovietico, chiamato Guardian, Colossus la contatterà e insieme le due intelligenze artificiali, si evolveranno e decideranno che per meglio eseguire la loro programmazione, non dovranno esattamente rispettare le intenzioni dei loro creatori….

Il film

Colossus è l’adattamento di un omonimo romanzo di David Feltham Jones, da noi pubblicato due volte nella collana Urania (numeri 475 del 1967 e 726 del 1977) e su Classici Urania 93, del 1984. La sceneggiatura di James Bridges, che come regista avrebbe poi diretto Sindrome Cinese e Urban Cowboy tra gli altri, è molto fedele al romanzo originale, con atmosfere allo stesso tempo inquietanti e ironiche. Il film è conosciuto con diversi titoli. Semplicemente Colossus, dal titolo del romanzo ovviamente, che però la Universal cambiò quando riscontrò, in fase promozionale, lo scarso interesse del pubblico, denominandolo e poi diffondendolo nelle sale con il titolo The Forbin Project. Successivamente, i due titoli vennero affiancati pertanto nelle edizioni home video, non disponibili in Italia, il film è conosciuto con l’accostamento di entrambi i titoli: Colossus: The Forbin project. Come lo sceneggiatore, anche il regista Joseph Sargent, pseudonimo del regista italo-americano (del New Jersey) Giuseppe Danielle Sorgente, è sempre stato un efficace mestierante della regia, professionalmente al servizio delle produzioni. Ha una lunga serie di titoli da lui firmati, in una lunga carriera cinetelevisiva. Due dei titoli più famosi al grande pubblico sono MacArthur. Il Generale Ribelle, del 1977, e Lo Squalo 4, del 1987. Colossus fu nominato ai premi Hugo nel 1971, nella categoria “Migliore rappresentazione drammatica” e il suo produttore Stanley Chase venne insignito nel 1979 della “Golden Scroll of Merit” da parte della Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films degli Stati Uniti. A interpretare il creatore del super-computer è stato chiamato Eric Braeden, un attore tedesco qui molto efficace, che non ha avuto forse le opportunità e la carriera che avrebbe meritato, anche se per questo film superò la concorrenza di Gregory Peck e Charlton Heston. Nel cast regolare di una serie di guerra degli anni ’60, Pattuglia del Deserto, ha al suo attivo innumerevoli partecipazioni speciali a telefilm come UNCLE, Gunsmoke e L’Uomo da sei milioni di dollari tra le tante. Al cinema il suo film più famoso è stato indubbiamente Titanic, dove aveva un piccolo ruolo di contorno. E’ tuttora nel cast regolare della soap opera, Febbre d’Amore (The Young and the Restless) nel ruolo del patriarca malvagio Victor Newman, nella quale ha interpretato 1057 episodi. Vera e propria coprotagonista è Susan Clark, che non ricopre il ruolo di semplice interesse amoroso per il protagonista, la dottoressa Cleo Markham, ma quello di un personaggio allo stesso livello intellettuale del protagonista. L’attrice canadese non è famosa al grande pubblico per meriti cinematografici, pur essendo apparsa in film come L’uomo dalla cravatta e Airport ’75, ma è più conosciuta per il ruolo di Katherine Calder nella sit-com Webster. Completa il cast il mascellare Gordon Pinsent, un caratterista di lungo corso tuttora in attività, che è un presidente degli Stati Uniti molto somigliante a J.F. Kennedy.

A.I. = Informazioni + Potenza di Calcolo

Del romanzo originale il film riprende lo spirito, allo stesso tempo tragico e ironico. Il Dottor Forbin si trova davanti ironicamente allo stesso tempo davanti al suo maggiore successo e al suo maggiore fallimento: una macchina talmente perfezionata che supera i vincoli della programmazione originale, pur perseguendone gli obiettivi. E’ un tema non nuovo nella fantascienza, che riflette il cambiamento di visione del problema dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale da parte del mondo scientifico. Se da un lato le ricerche degli albori erano molto ottimistiche sul fatto di riprodurre e superare l’intelligenza umana, questo approccio antromorfo si è rivelato fallace, data l’impossibilità materiale di riprodurre con esattezza “l’hardware umano”. La concezione di “cervello artificiale” come come di una riproduzione meccanica del cervello umano, dalla quale sarebbe scaturita l’intelligenza, si è rivelato un approccio perdente. Colossus è uno dei primi tentativi della narrativa fantascientifica, e quindi del cinema, di un diverso risultato, inaspettato: ossia che dalla somma di informazioni e potenza di calcolo derivi un diverso tipo di intelligenza, che non sia la mera riproduzione della intelligenza umana, ma sia talmente diversa che valuti i propri obiettivi con priorità diverse da quelle dei suoi creatori. Nel film, che deriva da un romanzo del 1966, l’approccio tecnologico riflette ancora la visione centralizzata dei computer, con un gigantesco server, posto in una montagna, collegato a diversi terminali e dispositivi, che ne rappresentano anche gli occhi e le orecchie. Una visione che ricorda il gigantesco Multivac di Isaac Asimov, o il potente computer del racconto di Fredric Brown La risposta (Answer, 1954), quello che può rispondere a qualsiasi domanda, e quando gli viene chiesto se Dio esiste, risponde implacabile: «Sì, adesso Dio esiste!» David Feltham Jones, pur ipotizzando una struttura centralizzata e non distribuita di calcolo, compie un salto in avanti, anticipando, in senso molto lato, il paradigma di internet. Colossus e il suo gemello Guardian, realizzato dai russi, connessi tra loro sono maggiori della somma delle parti, e la potenza di Colossus 2 deriva proprio dall’accesso al sistema globale di informazioni, all’epoca solo radio-televisive e cartacee. Il tema sarà ripreso anche in tempi recenti, per esempio da Robert J. Sawyer in modo più esplicito nella trilogia WWW, che mostra come la somma di tutte le informazioni della rete crei a suo modo una intelligenza. In mezzo, però non possiamo dimenticarci di Skynet, il super-computer di Terminator, che non può non essere considerato il figlio connesso alla rete di Colossus e Guardian, e che scatena l’olocausto nucleare però per sterminare la razza umana, ribaltando completamente la sua programmazione, e di The Matrix, intelligenza artificiale anch’essa generata per somma di informazioni, che con scopi non dissimili da quelli di Skynet schiavizzerà la razza umana mediante la realtà virtuale nella trilogia dei fratelli Wachowski. Colossus ha la sua originalità, rispetto a questi suoi figli degeneri, di non dimenticarsi mai del suo programma originale, che è quello di proteggere la razza umana, anche se prenderà misure drastiche per farlo. In questa ossessione nel compimento del suo programma è affratellato invece all’H.A.L. 9000 di 2001: Odissea nello spazio, concepito da Arthur C. Clarke per il film di Stanley Kubrick, nonostante quest’ultimo, dal punto di vista hardware sia concettualmente ispirato all’idea meccanicistica di cervello artificiale. Che dalla potenza di calcolo possa scaturire una forma diversa di intelligenza è tema anche del primo romanzo di Ted Chiang, Il ciclo di vita degli oggetti software, da poco pubblicato dalla Delos Books. I “digienti” di Chiang non sono per nulla imparentati con Colossus, ma è interessante come anche in questo romanzo si seguita in modo molto simile la crescita dell’intelletto artificiale e come questa crescita influenzi i rapporti tra gli umani, allo stesso modo in cui in Colossus, si esplora il rapporto tra Forbin e la dottoressa Markham.

Remake

Risale all’estate 2011 la notiza che un remake di questo film sarebbe allo studio presso la Universal. A scrivere il nuovo adattamento sarebbe stato chiamato lo sceneggiatore Blake Masters, conosciuto soprattutto per Rubicon e Law & Order: Los Angeles. Il film dovrebbe essere prodotto da Brian Grazer (24, A Beautiful Mind) mentre per il regista e protagonista venivano indicati i nomi rispettivamente di Ron Howard (Cocoon, Angeli e Demon) e Will Smith (Io sono Leggenda).   Riferimenti Catalogo della fantascienza e del fantastico. http://www.fantascienza.com/catalogo/opere/NILF1041266/colossus/ http://www.fantascienza.com/catalogo/autori/NILF12804/d-f-jones/ Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Colossus:_The_Forbin_Project Notizia sul prossimo remake del film http://blog.screenweek.it/2011/07/blake-masters-scrivera-il-remake-di-colossus-per-la-universal-131942.php La sceneggiatura del film online http://thepassionatemoviegoer.blogspot.com/2010/11/cinema-obscura-joseph-sargents-colossus.html

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I Ribelli e l’Impero

C’è stato un momento in cui personaggi come Steve Jobs e Bill Gates erano mitizzati come ”ribelli” contro “l’Impero”.
Quando Jobs e Wozniak presero un po’ di hardware apparentemente messo a caso e assemblarono il primo Apple portarono l’informatica a portata di comuni mortali. Quel computer rra ancora caro l’Apple, ma da allora il Personal Computer è diventato una realtà che poi all’IBM, che era allora ”l’Impero” si affrettarono a copiare.

I processori, le schede, le memorie, tutto esisteva, non li hanno inventati loro, ma loro li hanno resi una merce fruibile.
Questo è un fatto. Come è un fatto che prima di MSDOS esistevano Unix (che esiste ancora) e il CP/M e costavano molto più cari.
Il fatto che li ha resi antipatici è che ci hanno fatto una barca di soldi.
I fatti sono innegabili. A fare quelle cose sono stati loro, ma non significa secondo me che ora non scriverei questo post, che non ci sarebbe stato il personal computer. Penso che l’avrebbe assemblato qualcun’altro il primo PC, in un altro modo.

Alan Turing era un genio senza il quale forse l’informatica sarebbe arrivata molto dopo, ma ci saremmo arrivati, ma è stato indubbiamente l’uomo che nel suo momento storico ha permesso il salto concettuale. Jobs no, era un ”bravo” imprenditore, con tutto quello che significa questa definizione nel capitalismo.
Jobs dopo essere stato cacciato da Apple fondò la NeXT, ma ha anche fondato la Pixar insieme a Lasseter, e da “ribelli” sono diventati
“impero” visto che sono stati comprati dalla Disney con una operazione che ha consentito a Jobs di diventare l’azionista di maggioranza e ai boss della Pixar, come Lasseter, di diventare i boss della Disney. Insomma immaginatevi uno che riesce a vendervi la sua auto ma rimanerne il guidatore abituale. Una operazione geniale. Due anni fa la Disney, che ha abbracciato il Pixar-style in toto, che si è comprata un ex casa di “ribelli”, che era la Marvel, che aveva soppiantato la DC, che era “l’impero”. Ma questa è un’altra storia…
Antipatici sono poi diventati Larry Page e Sergey Brin, che ispirandosi all’algoritmo di un italiano, Massimo Marchiori, si sono fatti finanziare la realizzazione di un motore di ricerca, sconfiggendo Altavista, ossia Digital, che era ”l’Impero”. Ora che hanno fatto i soldi, quelli di Google sono ”l’impero”.
Zuckenberg l’ha messa in quel posto ai progetti di Gates di impadronirsi della comunicazione privata su internet via Msn. Gates da ribelle, sappiamo tutti come sia diventato il capo del’”impero”, ma ora è Zuckenberg a essere a capo di un “impero”.

Insomma sono le mitizzazioni a essere pericolose. Nel sistema capitalistico fai le scarpe a chi è prima di te per emergere e, se è il caso, a chi lavora con te. Non esistono buoni e cattivi.

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Su Vasco Rossi…

Si anche io dico la mia sulla faccenda Vasco Rossi e Nonciclopedia.

La reazione di Rossi, o dei suoi avvocati, è più che stigmatizzabile, a prescindere dal fatto che il contenuto di quella pagina fosse o meno realmente offensivo.
Chi si espone, si mette in gioco su un palco o pubblica suoi scritti, va incontro a qualsiasi forma di giudizio. Sarebbe bello ricevere solo giudizi positivi, ma non può accadere. Ma a questo punto, se un soggetto ritiene che di aver ricevuto un insulto via rete, se prende armi e armature e va dagli dagli avvocati commesso lo stesso errore di mettere un cerotto intorno a un rubinetto che perde, una pezza inutile.

Ritengo che l’unico modo per neutralizzare attacchi, se veramente sono tali, non sia quello di chiedere la chiusura o invocare bavagli, ma di andare avanti per la propria strada, possibilmente facendosi una risata, per evitare che il loro effetto venga amplificato, secondo le dinamiche di un fenomeno che ha come nome “effetto streisand“.

Intendiamoci, che la nonciclopedia diventi improvvisamente una paladina del libero pensiero è un paradosso che mi ha colpito molto.
Sapete che c’è una pagina della suddetta che insulta ferocemente Primo Levi?
Un caso più che odioso, ma francamente temo che non regalare accessi sia l’unico modo per neutralizzare certe pagine.
Il fenomeno c’è. Facendo finta che sia accessibile,  se nel momento in cui ve la segnalo la cercate leggerla per poterla criticare certo, ma il risultato è che il contatore di quella
pagina cresce, e il tizio che l’ha fatta gongola.
Si può controllare il fenomeno? No.
Non potrei neanche se volessi. Ma di sicuro evito di andare ad alimentare il loro traffico di rete. Può essere pericoloso, visto come ragiona Google.
Però ho fatto una prova.
Ho scritto Primo Levi su Google. Fino alla decima posizione non ho trovato, se ho visto bene, la pagina nonciclopediana.
Segnalarla, chiederne ad alta voce la censura farebbe correre il rischio di farla salire in classifica. Questo mi preoccupa di più della sua esistenza, che è incontrollabile alla fine. La mamma del cretino è sempre incinta, e la rete è una nursery fantastica.
Io esco dal loop logico decidendo che mi tengo il ciarpame in rete, a patto di ignorarlo, perché il rischio di buttare il bimbo insieme all’acqua sporca è per me peggiore di tutto il resto.
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Professione Assassino

Thriller – Titolo originale: The Mechanic – Interpreti: Jason Statham, Ben Foster, Donald Sutherland,  Tony Goldwin – Regia di Simon West – USA 2011 – Giudizio: 1/5

Arthur Bishop (Jason Statham) è un ‘meccanico’: un assassino scelto, con un codice molto severo ed un talento unico nell’eliminare in modo impeccabile ogni sua vittima. Il suo èun lavoro che richiede la massima perfezione oltre che un distacco totale e Bishop è il migliore nel suo campo. Ma quando il suo grande amico e mentore Harry (Donald Sutherland) viene assassinato, Bishop non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere a livello personale. E così stavolta sarà lui a scegliere il suo successivo incarico: trovare i responsabili della morte del suo amico.La missione si fa più complicata quando Steve (Ben Foster), il figlio di Harry, gli rivela l’intenzione di vendicare da solo la morte del padre, determinato a scoprire quale sia stata lasua vera professione. Bishop ha sempre agito da solo, ma questa volta non può certo voltare le spalle al figlio di Harry. Nonostante sia sempre stato un killer estremamente metodico, decide di portare il ragazzo all’interno del suo mondo. Nasce così una sorta di rapportomentore\discepolo, ma mentre sono impegnati a dare la caccia al loro ultimo obiettivo, emergono una serie di complicazioni, per cui coloro che vengono assoldati per risolvere i problemi, diventano loro stessi un problema.

E’ un discreto film d’azione questo remake di un classico del genere, risalente al 1972. A Hollywood ormai impazza la mania del rifacimento, forse dovuta a mancanza di buone idee originali. Non ho visto il film originale, e quindi non ho termini di paragone. Segnalo solo che questo film, visto da solo, si trascina abbastanza stancamente tra lunghe pause e momenti adrenalinici. Statham fa il suo onesto mestiere di duro inespressivo, impossibile pretendere qualcosa di più. Sprecato Donald Sutherland, mentre convincenti e in parte sia Ben Foster che Tony Goldwin.

Stunt e reparto tecnico hanno lavorato più che bene. E’ un prodotto di serie A, in cui non si sono lesinati i mezzi. Peccato per la scelta dell’interprete. Non che Charles Bronson, interprete del film originale, sia passato alla storia per la vasta gamma di espressioni, ma Statham riesce a essere più monocorde di un filo da bucato.

Producono David Winkler e Bill Chartoff, ossia i figli dei produttori originali, Irwin Winkler e Robert Chartoff. Come già fu per Rocky Balboa, i rampolli non trovano di meglio da fare che ricalcare le orme dei padri senza metterci un guizzo di originalità. Quant’è dura la vita dei figli d’arte.

 

 

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Solo per vendetta

Drammatico - Titolo Originale: Seeking Justice – Interpreti: Nicolas Cage, January Jones, Guy Pierce – Regia di Roger Donaldson – USA – 2011 – Giudizio: 3/5

 

Will Gerard (Nicolas Cage) è un insegnante d’inglese la cui vita viene sconvolta quando la moglie Laura (January Jones) viene violentemente aggredita senza un apparente motivo. Mentre osserva sua moglie nel letto d’ospedale, si avvicina Simon, un perfetto sconosciuto che propone a Will la possibilità di vendicare sua moglie. Potrebbe aspettare che la polizia trovi il colpevole, lo arresti e lo metta nella mani della giustizia. Oppure, potrebbe affidarsi a Simon e ai suoi ‘amici’ che troverebbero il colpevole e lo giustizierebbero entro l’alba del giorno dopo. Emotivamente provato, Will accetta l’offerta, ma scoprirà presto che ogni cosa ha un prezzo e che il conto da pagare sarà più che salato, ritrovandosi in una serie di eventi che lo porteranno a perdere totalmente il controllo della sua vita, scoprirà quanto potente e ramificata sia l’organizzazione.

Non è un tardo remake de Il giustiziere della notte, questo film il cui titolo originale rende meglio il senso stesso della vicenda. Seeking justice, ossia ricercando la giustizia, rende meglio la vicenda di un uomo che non prende semplicemente la pistola e comincia a sparare per rimediare al torto subito. Se le ragioni del marketing ve lo fanno passare per “il solito action con Nicolas Cage, sappiate che potreste rimanere delusi. Non perché Cage brilli, come sempre d’altra parte, per capacità e versatilità recitativa, ma perché il fuoco della vicenda è incentrato su cosa realmente significhi perseguire la giustizia “fai da te”, in un paese dove comprare un’arma è fin troppo facile.

Non mancano vibranti sequenze di azione, e momenti di tensione, ma sono il giusto tributo all’intrattenimento cinematografico. Qualche riflessione il film la darà. Donaldson dirige con competenza il film bloccando sul nascere le gigionerie di Cage, e dando risalto alla bellezza e alla bravura di January Jones. Guy Pierce è tenebroso e tormentato quanto basta. La miscela funziona.

L’ambientazione è un’altra importante protagonista. E’ New Orleans, con le sue ferite, la sua voglia di andare avanti, non una qualunque città statunitense. La crepuscolare fotografia di David Tattersall le rende piena giustizia.

 

 

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