Emanuele Manco

Scritti, impressioni, opinioni.

Telefilm: V - Pilot


v-2009_tv_series_logoFANTASCIENZA, V - Pilot, USA, 2009 - regia di Yves Simoneau - scritto da Scott Peters - Kenneth Johnson (soggetto) - con Elizabeth Mitchell, Morris Chestnut, Joel Gretsch, Logan Huffman, Lourdes Benedicto, Laura Vandervoort, Morena Baccarin, Scott Wolf, Alan Tudyk - durata: 45 minuti - distribuito da ABC - giudizio: discreto

Prendete un vecchio telefilm degli anni 80.

Mescolateci tutto quanto ha prodotto lindustria dellintrattenimento fino a oggi, magari citandolo pure. Volete pure un po di teoria del complotto? E i rettiliani ce li potevamo fare mancare?

Nel frullatore poi ci infiliamo il conflitto generazionale tra una mamma divorziata e il figlio adolscente in cerca di figure di riferimento, un giornalista che darebbe lanima pur di avere uno scoop, ma che sembra qualche tentennamento (nellunica scena forse degna di interesse in questo remake da sbadiglio).

Più che un pilot, questo frammentato e frammentario primo episodio del remake di V, sembra il riassunto veloce e frettoloso di quello che avrebbero potuto essere le prime 3 puntate.

Dei temi di Kenneth Johnson cè comunque parecchio, daltra parte il tema di fondo era ispirato a un romanzo "mainstream" del 1935,  ossia Qui non può accadere (It Cant Happen Here), di Sinclair Lewis  narra dellelezione di un presidente degli Stati Uniti che propugna idee e politiche fasciste.

Un episodio da un ora è troppo poco per la carne al fuoco che è stata messa.

Linizio è frenetico, in poche inquadrature vengono descritti i personaggi principali, con una tecnica televisiva che lascia poco allimmaginazione e molto al didascalico, per esempio lintroduzione dellagente del solito FBI Erica Evans, a cui da volto Elizabeth Mitchell (Lost) è affidata alla semplice visione del suo tesserino dellFBI; idem per quella del giornalista televisivo Chad Decker intepretato da Scott Richard Wolf (Everwood), con una banale inquadratura del personaggio mentre legge le notizie. Sottili metafore non cè che dire. Da 4400 proviene Joel Gretch, nei panni di Padre Jack Landry, un prete con molti dubbi. Non si butta mai niente.

A dare volto leader dei visitatori Anna è Morena Baccarin, che in Firefly era molto meglio, chiunque abbia avuto lidea di quella capigliatura va spedito in miniera, subito. Jane Badler non ha più il fisico, pazienza.

Incolore il ragazzino Logan Huffman, nel telefilm il figlio di Erica Tyler, le cui espressioni variano dallo storcere la bocca verso sinistra allo storcere la bocca verso destra, con occhio rigorosamente vitreo. Non lo giustifico per la giovane età. Ci sono i registi per bacchettare certe clamorose sbavature.

Efficace lattore afro-americano Morris Chestnut, nel ruolo di Ryan Nichols, sufficiente lattrice che interpreta il ruolo della sua fidanzata Valerie Lourdes Benedictu.

La strizzata docchio agli adolescenti nerd la fornisce Laura Vandervoort, che era in Smallville. Anche qui sembra molto una Supergirl, essendo una "Visitatrice".

Se dal punto di vista spettacolare sembra che questo pilota si sia comunque preso un bel po del budget complessivo della serie, la trama è  compressa dalla troppa fretta di presentare tutti gli elementi fondamentali.

cast_of_v_2009Quello che appare è che si è lavorato molto di "cerca e sostituisci" cambiando i nomi e i ruoli a personaggi già presenti nella versione di Johnson. Pensiamo al fatto che mentre nella serie originale il leader era un uomo e Diana una dei generali, qui Anna ha un lacchè, che appare viscido e fasullo anche senza levarsi la maschera.

Guest star dellepisodio Alan Tudyk, che dopo essere stato in Firefly e Dollhouse, è in questo episodio il partner di Erica.

Il gran "master" di questa serie, il produttore esecutivo, è Scott Peters, che aveva fatto un lavoro dignitoso con 4400.Non è una prevenzione quella mia. V non era intoccabile, come non lo era Star Trek. Ma probabilmente cè una generazione di spettatori che più di un remake, ha atteso per anni una conclusione della pure non eccelsa V:The Series, ossia la serie che seguiva le due ottime miniserie, lasciata in sospeso con un finale a cliffhanger. Ma evidentemente produrre un seguito sarebbe stato fuori tempo massimo.

Invece Peters ci propone un prodotto che, visto ora, più che il remake di una appassionante miniserie degli ann80, sembra essere lepigono di una serie di prodotti che invece a quella miniserie hanno attinto parecchio.

BSG e lultimo film su Star Trek ci insegnano che ribaltare come un guanto un prodotto già sfruttato che non sembrava avere più nulla da dire, ridandogli lustro e novità, è possibile.

Ma non tutti hanno a disposizione un Ron Moore o uno J.J. Abrams capaci di farlo.

V si potrebbe definire un prodotto dintrattenimento senza infamia e senza lode, con quel minimo sindacale che lo rende guardabile, sempre che nel prosieguo della serie i produttori sappiano cosa fare.

Aggiungete mezza stella al giudizio complessivo. Due forse sembrano poche, ma tre sono decisamente troppe.

Libri: Il figlio del cimitero

il_figlio_del_cimitero_neil_gaiman_mondadoriOgni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato allomicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti lhanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà lamicizia dei suoi simili, ma anche limpazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni...

Il Figlio del Cimitero (The Graveyard Book), lultimo romanzo di Neil Gaiman, recentemente premiato con il premio Hugo, è una favola nera per ragazzi.

In questo romanzo Gaiman riprende il personaggio di Nobody Owen, detto Bod, che era stato protagonista di un racconto nella raccolta Il cimitero senza Lapidi e altre storie nere.

Il target adolescenziale non è sinonimo di puerilità nelle trame e nella struttura narrativa. Molto del miglior Gaiman lo si può trovare nelle prove destinate a un pubblico di ragazzi, quando non di bambini, si pensi a Coraline o Stardust.

Questo romanzo quindi ha una ottima costruzione narrativa, ricca di spunti e di personaggi ben strutturati.

Se il lettore giovane viene sicuramente accarezzato dallautore, con una narrazione che evoca più che descrivere con minuzia orrori e violenza, anche il lettore adulto può trovare una piacevole pausa dagli efferati manierismi di certa letteratura fantahorror contemporanea, che nasconde il vuoto di idee dietro leffettaccio a buon mercato e alla prosa enfatica e ridondante. Nulla di tutto questo troverete qui, ma solo una buona prosa composta con eleganza e senso della misura. Una eleganza che lottima traduzione è riuscita a trasporre dalloriginale.

Cè il senso dellavventura classica, il titolo originale è una esplicita citazione del kiplinghiano Libro della Giungla, ma non pensiate di trovarvi davanti a una banale sostituzione degli animali con le creature del mondo del paranormale. Lintento di creare una intensa favola nera è riuscito.

Il giovane Bod cresce con naturalezza assieme a quelle creature che invece nel mondo normale sono viste con paura, come vampiri, fantasmi, licantropi, in un un luogo oltretutto legato alle paura ancestrale della morte, come il cimitero.

Il merito di questo tema è di riportare il tema della morte al centro dellimmaginario infantile, dopo tempi in cui leccesso di politicamente corretto ha portato a essere iperprotettivi nei confronti dellinfanzia.

Ricordiamoci come molte tradizioni popolari invece mirano a fare prendere ai bambini confidenza con il tema, come per esempio il culto dei regali dai morti, che è ancora vivo nel sud-italia.

Questo non è mai stato un problema nel mondo anglosassone, che festeggia da sempre Halloween. Ma Gaiman toglie a questo rapporto ogni morbosità o eccesso di granguinolesco, retaggio dellondata horror splatter degli anni 80.

Il romanzo è anche un racconto di formazione, che ci mostra la curiosità di Bod verso il suo mondo di origine, il mondo dei vivi, quello dove dovrebbe essere di casa, ma con il quale invece ha grosse difficoltà di comunicazione.

Anche il tema della difficoltà di comunicazione non manca di illustri precedenti, ma nel complesso la proposta di Gaiman non stona, perchè ben scritta.

A qualcuno poi lespediente delle scritte sulle lapidi potrà fare pensare allantologia di Spoon River.  Forse non siamo a livelli così alti di poetica, ma siamo nel terreno di una buona prosa, condita di humor nero intelligente.

Lunico appunto che si può fare a questo libro è che il mondo narrativo costruito da Gaiman rimane forse nel reame dellevocato. Ma forse è un difetto solo se si confronta questo romanzo con le complesse costruzioni mitologiche di altri volumi di Gaiman. Spostare il fuoco sulluniverso narrativo allargandosi molto oltre i personaggi,  forse in questo caso avrebbe appesantito la narrazione, facendo esulare il voume dal suo scopo, che è quello di intrattenere il lettore senza essere banale.

Neil Gaiman, Il figlio del Cimitero (The Graveyard Book, 2008) - FANTAHORROR - Mondadori - I Grandi - 2009 - traduttore: Giuseppe Iacobaci - pagine 344 - prezzo 17,00 euro - giudizio: buono

Libri: Rave di Morte

Rave di MorteLa premessa doverosa è che vi rivelerò troppo di questo libro. Siete avvertiti. Ma non riesco a non parlarvene senza mettere in luce parti della storia.

Più che di un romanzo, in tutta onestà, si potrebbe parlare di una raccolta di racconti.

Il romanzo è come se fosse articolato su tre diverse parti, che da sole, non fosse per il fatto di avere lo stesso protagonista e un personaggio che ricorre nel terzo, potrebbero essere autonome.

Nella prima parte il giornalista musicale Les Peels riesce in modo fraudolento a rubare la registrazione del nuovo disco della cantante Yorki Amor.

Ma come nelle fotografie di Blow Up viene scoperto un delitto, Les ascolta gli inequivocabili suoni di evento delittuoso. Verrà coinvolto e schiacciato dallintrigo e accusato a sua volta di un omicidio che non ha commesso. A fare da sfondo è una ambientazione dominata dalle multinazionali, come la Sonar, proprietaria del disco, i cui interessi soverchiano persino quelli degli stati, figuriamoci delle persone. Un mondo maledettamente simile al nostro, dove il concetto di Stato canaglia è stato sostituito da quello di “quartiere canaglia”. E qui si potrebbe chiudere la vicenda. Ottima la scelta dellautore di non mostrarci inutili pagine di un dibattimento processuale che sarebbe stato fine a sé stesso. Ora dirò le parolacce, scusatemi, ma tutto questo mi ha ricordato, mutatis mutandis, Rapporto di Minoranza, di Dick, nella sua versione letteraria ovviamente, dove il protagonista soccombeva, vittima del sistema di cui era garante.

Ma la vicenda del protagonista prosegue, in una prigione che è la città di Detroit. E se mi state per fermare dicendo, “ma questa dove lho sentita”, è lo stesso autore che lascia dubbi. La citazione è esplicita, 1997 Fuga da New York centra. Ottimo il modo in cui lautore ce ne giustifica la presenza, a pagina 81

“[...] il Commissario Federale della Sicurezza Nazionale, grande cinefilo, ha avuto lidea di trasformare lintera zona urbana in penitenziario di massima sicurezza[...]”

La responsabilità non è quindi dellautore ma del burocrate da lui immaginato, che ha realizzato la citazione definitiva. E una parte angosciante, non scritta affatto male, che sembra però pascersi troppo di sangue, membra e membri, olio di macchine, innesti cyborg e vischiose poltiglie di “carne-tallo” cronenberghiano.

E anche qui, con il disperato tentativo del protagonista di sopravvivere, sarebbe potuto finire il racconto. Finora Les non ci ha fatto una gran bella figura, dobbiamo ammetterlo. Spostato a destra e a manca dagli eventi e dal suo autore, sembra proprio un poveraccio qualsiasi. Uno di noi forse. Non possiamo negarlo. Ma forse anche troppo.

Un deus ex machina discutibile salva Les. Alla fine della notte degli orrori, arrivano in prigione i reclutatori dellesercito USA che in cambio della libertà offrono ai prigionieri di combattere nellennesima campagna irachena. Quando si dice “avere più c... che anima".

Durante la fase di addestramento un efficace dialogo tra il protagonista e un personaggio femminile apparso prima risolve brillantemente il problema dello “spiegone” necessario a circa tre quarti della trama. Il momento nel quale il romanziere navigato fa il punto della situazione e annuncia al lettore che sta cominciando la discesa verso il finale.

Il nostro pupazzo, assieme agli altri pupazzi, diventa quindi un aerotrasportato milite (potremmo immaginarci gli elicotteri di Apocalypse Now o di centinaia di altri film), che subisce il destino di essere però anche cavia di laboratorio. Una musica, che per contrappasso ha proprio composto Les, diffusa nelle teste dei soldati ha leffetto di drogarli e di eccitarli oltre ogni misura, facendoli diventare sanguinosissime macchine da guerra.

Non che in fondo la razza umana non sia stata capace di compiere misfatti senza aiuto.

Le scene di orrore descritto, per quanto possano sembrare parossistiche e compiaciute, sono abbastanza in linea con la moderna iconografia delle “sporche guerre”. Quindi anche qui abbiamo sbudellamenti e stupri dordinanza. E la guerra baby, non puoi farci niente.

Anche il finale dellultima parte, finale dei finali si potrebbe dire, chiude il cerchio nellunico modo logico possibile.

Concludendo tre episodi in qualche modo incollati da scene di raccordo e da un sottile filo rosso, riescono a comporre un romanzo?

Tutto sommato si, anche se discontinuo e non completamente bene amalgamato, ma rappresenta una base da cui partire, perché idee lo scrittore ne ha, e in ogni caso sa come metterle su carta. Se è vero che questa è la sua prima prova su questa lunghezze, egli sembra conoscere i trucchi dellesperto romanziere. I casi sono due, ottimo editing o innato talento. O una miscela di entrambe le cose. Il risultato finale è un romanzo breve, che non indugia in una serie di descrizioni che sarebbero ridondanti visto che liconografia a cui attinge è fin troppo presente fra noi. Scorrevole nella lettura, riesce a non farci incagliare anche nelle parti che allapparenza potrebbero risultare ostiche. Non indugia, non gira mai a vuoto. Ma ci porta da un punto allaltro come una pallina da flipper nello stesso modo in cui fa con il protagonista, disturbandoci a volte, trascinandoci furiosamente dal punto A al punto B, ma accompagnandoci senza noia fino alla fine.


Mario Gazzola, Rave di Morte

Ugo Mursia - Pagine 176 - Euro 12,00
EAN 978-88-425-4088-5

i love radio rock

Film: I love Radio Rock

i love radio rock

i love radio rock

Un film di Richard Curtis. Con Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Rhys Ifans, Nick Frost, Kenneth Branagh.
Tom Sturridge, Chris ODowd, Rhys Darby, Katherine Parkinson, Talulah Riley, Ralph Brown, Sinead Matthews, Emma Thompson, Gemma Arterton, January Jones, Tom Wisdom, Jack Davenport

Titolo originale The Boat That Rocked. Commedia, durata 135 min. - Gran Bretagna, Germania 2009. -

È uscito da un po', e neanche so se è ancora in giro in Italia. Ricordo che il primo giorno di programmazione non sono riuscito a vederlo. Alle 22 erano già esauriti i biglietti. Il giorno dopo la sala era semivuota.
Misteri del passaparola. Non so. A dire la verità il film non ha poi incassato molto. A tutt'oggi 553 mila euro.
Un insuccesso immeritato a mio personale giudizio.
I Love radio rock narra la storia di Carl, un diciottenne espulso dalla scuola, che viene affidato dalla madre alle amorevoli cure di Quentin (uno strepitoso Bill Nighy), che dirige una "radio pirata", che trasmette da una barca in pieno Mare del Nord. La storia è ambientata negli anni 60, quando ancora le radio private erano illegali.
L'idea che si possa "raddrizzare" un giovane turbolento affidandolo a una ciurma di sregolati, dediti a sesso, droga e rock'n roll, quali sono i vari conduttori della programmazione della radio è una contraddizione in termini.
Il pantheon di personaggi è ricco, il deejay (ma non si chiamavano ancora così) di punta della radio, "Il conte" è interpretato da un brillante Philip Seymour Hoffmann, sicuramente bene in parte. Ho già detto bene di Bill Nighy, ma ottimo è anche l'interprete del giovane Carl, Tom Sturridge.
Non c'è solo la storia di formazione nel film, ossia l'educazione sentimentale e alle cose della vita di Carl, ma cè anche lo sfondo sociale. Le radio private sono illegali, ma tutto sommato tollerate. Finché il bigotto  ministro Dormandy non decide di intraprendere una personale crociata contro di esse, nel nome di una presunta moralizzazione dei costumi. Il suo "agente speciale", Twatt, cercherà ogni pretesto per mettere le radio fuorilegge, arrivando persino a spiare a bordo della nave.
Il ministro e l'attachè sono interpretati rispettivamente da un ottimo Kenneth Branagh e un esilarante, proprio perché bolso, Jack Davenport.
In realtà i due uomini hanno contro tutta la società inglese, anche se fingono di saperlo. Noi spettatori lo comprendiamo grazie all'efficace montaggio del film, che ci mostra, in un gioco di continui stacchi e rimandi, come ad ascoltare le radio non siano solo giovani "arrabbiati", ma anche personaggi del tutto normali come operai, massaie, lavoratori e lavoratrici di ogni sorta. Persino la segretaria del ministro, che sembra ascoltare per puro dovere professionale, per verbalizzare i presunti "reati", in realtà apprezza le trasmissioni.
E qui veniamo alla protagonista principale della vicenda, la straordinaria colonna sonora. Canzoni leggendarie della storia del Rock, vero emblema di una società che stava cambiando, e che ormai non poteva tornare più indietro, nonostante i goffi tentativi dei reazionari.
Tutto questo potrebbe fare ridere di questi tempi in cui sembra che tutto sia possibile. Tempi in cui è possibile scegliere che musica ascoltare. Ma in verità I love radio rock è un ammonimento, neanche troppo velato, a stare in guardia. Potrebbe sempre alzarsi qualcuno a decidere cosa si debba ascoltare, leggere o guardare, in nome della difesa di  un supremo interesse, che invece è solo volontà di sostituirsi al nostro libero arbitrio.
Il finale del film, dove le masse si muovono in soccorso dei conduttori radiofonici, è forse troppo carico di enfasi, ma dimostra che, inequivocabilmente, ognuno di noi deve fare la propria parte contro simili pericoli.

Film: Star Trek

FANTASCIENZA, Star Trek, USA, 2009 - regia di J.J. Abrams - scritto da Roberto Orci, Alex Kurtzman - con Chris Pine, Zachary Quinto, Eric Bana, Simon Pegg, Winona Ryder, Zoe Saldana, Karl Urban, John Cho, Bruce Greenwood, Ben Cross, Anton Yelchin, Leonard Nimoy, Greg Ellis, Chris Hemsworth - durata: 126 minuti - distribuito da Universal Pictures - giudizio: eccellente


locandina-star-trek-xiIl Mito è tornato. Star Trek non è solo una saga di fantascienza, ma una delle rappresentazioni più alte del viaggio dellEroe. Cè il presagio di grandezza, che può essere accompagnato da una tragedia. Cè lascesa alla grandezza. Ci sono i compagni di viaggio, personaggi anche apparentemente ostili, ma che diventeranno amici delleroe e lo aiuteranno a compiere il suo destino. Cè un mentore, che deve mostrare allEroe il cammino cha ha davanti. Cè un grande antagonista. E quindi cè la Prova. Il momento in cui lEroe dovrà affrontare il suo Destino e dimostrarsi allaltezza.

Ecco che quindi J.J. Abrams non ha raccontato altro che questo. Ma lo ha fatto dannatamente bene.

Limpresa era ardua. Riprendere dei personaggi che hanno fatto storia, James T. Kirk, Spock, Leonard McCoy, Hikaru Sulu, Pavel Checov, Uhura, Montgomery Scott e riscriverne la leggenda. Roba da fare tremare i polsi a chiunque.

 

Non fate caso a quelle che il fan riterrebbe delle incongruenze. Dimenticate il fanatismo di chi osserva, con saccenza, che lavvenimento "X" contraddice quello che è stato detto nellepisodio "tal dei tali".

In verità dei fan Abrams non se ne è dimenticato, riuscendo a riscrivere le origini del Mito, senza rinnegarlo. Complimenti a Roberto Orci e Alex Kurtzman, o forse allo stesso Abrams, per la trovata che chiude il cerchio, con una logica assolutamente ineccepibile.

Tutti bravi. A cominciare dal regista e produttore, J.J. Abrams che confeziona un film senza un attimo di stanca, con un ritmo incalzante, con serrati colpi di scena e tante emozioni.

Non dimenticherò mai Hikaru Sulu che affronta un romulano allarma bianca, in bilico su una piattaforma sospesa sopra il pianeta Vulcano.

Sono emozioni vere, che non possono lasciarci indifferenti, raccontate con personaggi archetipici, che vivono avventure dalla valenza universale. Poco importa che viaggino sopra astronavi, anziché su carri alati, o che usino il teletrasporto invece di un incantesimo. La magia è la stessa. Fidatevi.

Ottimi, tutti, gli interpreti. Senza timori reverenziali non scimmiottano i precedenti illustri, ma danno il loro contributo assolutamente personale alla leggenda. Una scelta di casting felicissima.


Da sinistra John Yelchin (Pavel Checov) Chris Pine (James T. Kirk), Simon Pegg (Scotty), Karl Urban (McCoy), John Cho (Hikaru Sulu), Zoe Saldana (Uhura)

Forse è appena sufficiente Eric Bana, il cui personaggio, lantagonista Nero, è però un cattivo da antologia.

E non possiamo dimenticare il duo di mentori che guida i nostri eroi: lottimo Bruce Greenwood, nel ruolo del carismatico Capitano Christopher Pike, e Leonard Nimoy, che ovviamente interpreta Spock anziano, guida e rifermento prima di Kirk, e poi del giovane sé stesso. 

Sufficenti, ma anchessi funzionali, Ben Cross e Wynona Rider, nei panni dei genitori di Spock, Sarek e Amanda.

 

Lallestimento tecnico è ineccepibile.

Bella e solare la fotografia di Daniel Mindel, che ha lavorato con Ridley e Tony Scott, oltre che con lo stesso Abrams in Mission: Impossibile 3.

Ottimo è il montaggio, serrato e incalzante, di Maryann Brandon e Mary Jo Markey, parte integrante della squadra di J.J. Abrams sin da Alias.

Le scenografie reinventano laspetto delluniverso di Star Trek omaggiando il passato quanto basta, merito dello scenografo Scott Chambliss (membro fisso della squadra di Abrams anchegli). LEnterprise, grazie alle sue invenzioni è, come sempre, la co-protagonista del film.

Belli i costumi di Micheal Kaplan, che aggiorna il look classico tanto quanto basta.

Le musiche e gli effetti sonori sono sicuramente la marcia in più di questo film. Micheal Giacchino  ha costruito una partitura semplicemente eccezionale, che non imita mai per un momento il classico tema  di Alexander Courage, salvo poi citarlo e riprenderlo alla grande al momento più opportuno, come doveroso omaggio al mito.

In ogni caso il tema originale di questo film, grandioso ed epico, è frutto della personalità di Giacchino, che è quindi degno di affiancarsi con pari dignità agli illustri predecessori.

Gli effetti sonori meritano anchessi un tributo; il sound Designer Ben Burtt, ha dato un contributo, parole dello stesso Abrams, pari al 51% del film. Non è enfasi pubblicitaria fidatevi. Il rumore di fondo del ponte, le cataclismatiche esplosioni, e anche il "rumore" del vuoto dello spazio, sono il degno completamento della narrazione. Gli effetti sonori sembrano cosa da poco, ma sbagliarli in un film del genere avrebbe distrutto ogni buona intenzione. Detto per inciso, Burtt, ha vinto 4 premi Oscar, il primo dei quali per un "filmettino" degli anni 70 chiamato Star Wars, e ha ricevuto vagonate di altri premi e di nomination. Scusate se è poco.

 


Zachary Quinto è Spock in una drammatica sequenza di Star Trek

Lintera operazione è quindi nata sotto buoni auspici. Grazie alla trovata della sceneggiatura il film non è in realtà un vero e proprio prequel, nè un restart che fa piazza pulita di tutto il patrimonio di storie che dal 1966 appassiona milioni di persone nel mondo. E invece una storia che (sembra contraddittorio visto che parla del passato ma è così) porta avanti e verso nuove direzioni un franchise che sembrava non avere più nulla da dire, pur conservando tutti gli elementi che lappassionato di lunga data conosce e ama, come il sogno ottimistico di Roddenberry, lintegrazione tra razze, non solo umane, ma anche aliene. Cè persino il sacrificio della tutina rossa!

Tutto questo resistendo alla moda del momento di rendere cupo e oscuro il mondo di Star Trek, come se per forza qualsiasi rilettura in chiave moderna debba per forza essere dissacrante e violenta. Operazione legittima quando il restart riguarda personaggi cupi e oscuri alle origini come Batman o James Bond, ma che sarebbe stata fuori luogo con lo Star Trek degli anni 60.

 

E un film sicuramente in grado di appassionare le nuove generazioni. Sono convinto che il lavoro di Abrams sia quello che sarebbe Star Trek se venisse creato oggi. E sorprendente che il migliore interprete del sogno di Gene Roddenberry sia un produttore che non è mai stato un fan della saga.

Bentornato Star Trek, ci sei mancato.

 

Recensione pubblicata anche su FantasyMagazine.

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